The Others è un film fatto di negazioni e per questo è speciale
The Others usa il cliché dei bambini non creduti per sondare la psicologia di chi nega la loro verità e da lì costruisce la sua grandezza
Andiamo subito al punto: The Others ha il problema di arrivare dopo Il sesto senso. E non è un problema da poco. Perché il film di Shyamalan ha reso difficile parlare di spettri buoni con un colpo di scena alla fine. Nel suo twist finale perfetto, Il sesto senso è riuscito a chiudersi con un ribaltamento sorprendente che non cambia però quanto visto prima. Un bambino e un uomo che si aiutano a vicenda, due individui fermi, spaventati, in cerca di un posto nel mondo. Tolto il suo finale, resta ancora un film completo. The Others no, è più schiacciato nella sua chiusura che andremo a raccontare con brutale schiettezza a partire dalla prossima riga.
Smettere di negare è il finale di The Others
Grace Stewart e i suoi due bambini Anne e Nicholas lo negano alla medium che li ha contattati. “Noi non siamo morti!”. E invece lo sono. Da qui discende tutta la spiegazione delle insistite bizzarrie e delle apparenti incoerenze. Le emicranie della madre, interpretata da Nicole Kidman che qui si mangia un po’ il film, derivano dal colpo che si è sparata in testa. L’ha fatto dopo avere ucciso i suoi due figli mentre il marito impegnato al fronte nella seconda guerra mondiale era lontano da casa. Una Medea cristiana, in cerca di perdono e di consapevolezza.
Alejandro Amenábar costruisce The Others per prima cosa come un’elegante opera in costume. La fotografia di Javier Aguirresarobe è incredibile. Isola i personaggi in un nero senza punti di riferimento. La casa è un limbo. Bisogna conoscerla bene per sapersi muovere con le tende tirate: la luce non può entrare in casa dato che i due bambini hanno - secondo Grace - una grave forma di fotoallergia. Inserisce poi il thriller, disseminando indizi che strizzano l’occhio per segnalare che, in questa poetica messa in scena, c’è anche un enigma da risolvere.
Così i personaggi, in particolare i domestici che arrivano nella casa, si ritrovano ad anticipare il futuro nei dialoghi. “Prima o poi capirà!”; “Ci saranno grandi sorprese…” e così via. Se a una prima visione funziona, nella seconda il gioco al mistero appare di grana grossa. Più di quello che l’incantevole confezione estetica suggerisce.
Il ruolo dei cliché e dell'incredulità
Nel cinema fantasy e horror degli anni ’90 nessuno credeva ai bambini. Una soluzione che li isolava dagli adulti e alzava la posta in gioco e la percezione del rischio. The Others fa suo questo cliché. Nicole Kidman continua a dire di no. Nega tutto. Non crede ai suoi figli, si arrabbia con loro quando provano a spiegarle quello che hanno visto. Nega la luce, chiude le porte. È cieca.
Qui arriva la grandezza del film. Normalmente gli horror costruiscono la tensione sul non visto, sulle minacce invisibili che si muovono nell’ombra. Sul non sapere dove sia il mostro o come fare a sconfiggerlo. Amenábar costruisce con un linguaggio orrorifico solo le scene di svelamento. Più Grace capisce, più le sequenze sono costruite in un crescendo di tensione. Il culmine è la magistrale fusione tra piano terreno e soprannaturale. L’incontro tra la medium e la piccola Anne. Grace si avvicina alla bambina che gioca seduta a terra di spalle. Il suo volto è quello dell’anziana donna, la voce quella della figlia.
Quando i domestici, che si sono appena rivelati come non più vivi, si avvicinano ai bambini nella nebbia della notte, si rompe un altro cliché horror. Il mostro che si avvicina lento e inesorabile. I tre sono sullo sfondo fuori fuoco, camminano piano rassicurando Nicholas mentre la sorella gli spiega quello che ha scoperto. Questa volta però è lui a non credere al lei! Perché in fondo hanno ragione entrambi. Bertha Mills, Edmund Tuttle e Lydia sono morti, ma non vogliono fargli del male!
La religione è una prigione?
Alejandro Amenábar cura anche la sceneggiatura del film. Fa un lavoro strepitoso sulla religione. Sin dai titoli di testa sentiamo la voce narrante di Grace che accenna un racconto della buona notte sulla creazione. Intanto immagini illustrate del libro ci anticipano a grandi linee quelle che saranno le principali svolte della trama, anche se a quel punto non si sa ancora come decifrarle.
The Others è così un film di presenze che riesce a cambiare il modo in cui in occidente si temono i fantasmi. In mano a un regista meno abile sarebbe stato un’ opera ricordata solo per il suo derivare da altro. Amenábar schiva lo ostacolo, e grazie alla sua pregevole fattura, crea un film capace di colpire da molte direzioni. Brividi e tenerezza sono le emozioni portanti. Entrambe equilibrate come raramente accade.
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