The Ruins, tra rampicanti e ultraviolenza è un triste caso di “film come non se ne fanno più”
The Ruins è la versione survival horror di un film di avventura e archeologia, con palate di sangue e dolore
The Ruins è su Netflix
The Ruins e Ben Stiller
Perdonate il titoletto furbo ma è uno dei dettagli più gustosi di questo film tratto dal bel romanzo omonimo di Scott Smith – lo stesso che scrisse Un piano semplice, da cui Sam Raimi trasse Soldi sporchi. Perché sì, per qualche motivo la produzione del film è della Red Hour, la compagnia fondata da Ben Stiller per finanziare Zoolander, e che poi ha prodotto anche i vari Dodgeball, Tropic Thunder e Starsky & Hutch. Come sia finita a produrre The Ruins è un mistero, ma a dire la verità non particolarmente affascinante. Lo è molto di più quello che succede nel film, per cui mettiamo definitivamente da parte Ben Stiller e passiamo oltre.
The Ruins è un film figlio di Hostel e dei suoi epigoni, Turistas su tutti, in una linea che idealmente prosegue fino ad arrivare a Green Inferno, e nella direzione opposta torna indietro, volendo, fino a Cannibal Holocaust e oltre. Cioè: esiste una lunga tradizione di storie di bianchi (turisti, colonizzatori, scienziati, archeologi…) che si perdono in luoghi nativi e fanno una brutta fine. È il contraltare dell’altrettanto classico “abbiamo sottratto un oggetto maledetto per portarlo in un museo a Boston e ora un antico demone sta massacrando la città”: un film sul lasciare le cose dove sono, e sul non mettere piede in posti ai quali è vietato l’accesso per un ottimo motivo. Quei film odiati dal ministero del turismo, insomma, e amati da chi lotta contro l’appropriazione culturale in tutte le sue forme.
Rampicanti e budella
Tutti questi bei ragionamenti intellettuali durano, di fatto, il tempo di portare i nostri cinque protagonisti fino alle rovine: li conosciamo nelle classiche situazioni da yankee in vacanza, tra feste in piscina, sbronze in spiaggia e piccanti flirt con affascinanti compagni di viaggio tedeschi. Li incontriamo alla fine di questa vacanza, quando viene proposta loro un’ultima avventura prima di tornare alla noia quotidiana: una gita a uno scavo Maya, talmente remoto da non essere segnato su nessuna mappa, e raggiungibile solo dopo una lunga passeggiata nella giungla, lontani da ogni rete cellulare. Ovviamente i ragazzi vivono in un mondo dove i film horror non esistono, e accettano.
È quando si arriva alle rovine che The Ruins si fa finalmente interessante e non solo rassicurante: perché invece di sbatterci subito in faccia un mostro, o al contrario di costruire un edificio di tensione costante da far esplodere solo negli ultimi minuti, il film punta sulla stranezza, sul mistero e sull’idea di sbatterti in faccia il pericolo fin dal primo istante contando sul fatto che mai tu, spettatore, lo identificheresti come tale. Perché il pericolo sono… delle piante. I rampicanti maledetti che coprono l’intero tempio. La cosa meno minacciosa del mondo, in teoria, perché statica; ma che riesce comunque a fare il suo sporco lavoro anche grazie alla presenza di un gruppo di nativi che conoscono la maledizione (quale che sia) e spingono quindi i nostri sventurati eroi a rifugiarsi proprio in cima alle rovine infestate.
The Ruins è un film di gente che non capisce cosa stia succedendo
Il risultato di questa doppia minaccia è un setting curioso per un survival horror: è un film di assedio al campo-base, ma lo stesso campo-base è invaso dall’entità più pericolosa della zona, senza che i nostri lo sappiano – almeno all’inizio. Da quando se ne rendono conto, The Ruins prende una strada meno weird e, per restare sugli anglicismi, più decisamente torture porn: i nostri cinque eroi (le due coppie americane e il fascinoso teutone) passano tutto il secondo atto a farsi male nei modi più orrendi, e il regista Carter Smith (noto per le sue foto di celebrità di Hollywood per Vogue e GQ e per le sue pubblicità per Tommy Hilfiger e Tiffany’s – vai a sapere) non ci risparmia nulla, ma anzi gode nel mostrarci i dettagli più disgustosi di questa infezione vegetale.
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