Tony Soprano, (quasi) vent'anni dopo

A quasi vent’anni dal finale de I Soprano, HBO Max permette di riscoprire il simbolo dell’anti-eroe moderno: un gangster vulnerabile che riflette le contraddizioni dell’America e di noi spettatori

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Ci sono finali che chiudono una storia. E poi ci sono finali che aprono una ferita. Quando va in onda l’ultima puntata de I Soprano, il 10 giugno 2007, David Chase, creatore della serie, sceglie la seconda strada, chiudendo non con un’immagine ma con un’assenza: uno schermo nero, improvviso, brutale, definitivo.

Da allora Tony Soprano, il corpulento protagonista delle sei stagioni, vive in una condizione strana: è diventato un personaggio senza epilogo. E forse è proprio questo il suo segreto. Perché è stato (ed è ancora) il grande esperimento riuscito della serialità moderna: prendere il gangster, figura mitologica al cinema e in letteratura, maschera di potere, e costringerlo a fare una cosa umanissima, contemporanea: parlare di sé. Su una poltrona. Con una terapeuta. Con l’aria di chi vorrebbe controllare perfino le proprie emozioni e invece scopre, guarda un po’, che non è sempre possibile farlo.

Tony Soprano non è un villain affascinante. È uno che, mentre fa cose orribili, riesce a farci intravedere in controluce le nostre piccole vergogne quotidiane: l’autocommiserazione, la fame di rispetto, il bisogno di sentirsi giustificati. È un boss che non smette mai di negoziare: con gli altri, certo, ma soprattutto con se stesso. Il personaggio di David Chase resta sempre in sospeso: tra colpa e alibi, tenerezza e dominio, famiglia e possesso.

Il boss come uomo qualunque (o quasi)

C’è una definizione che torna spesso quando si parla di Tony: “everyman”. L’americano medio. Ma attenzione: Tony è l’americano medio nella sua versione potenziata, grottesca, iperbolica. È l’uomo che incarna il capitalismo emotivo: vuole tutto e lo vuole subito, anche quando cerca amore; e quando non lo ottiene lo scambia con qualcos’altro, spesso con la violenza. Non stupisce che letture critiche abbiano visto in lui l’emblema di un’America ansiosa, aggressiva, affamata di successo e terrorizzata dall’irrilevanza. Tutto questo molti anni prima che Donald Trump diventasse l’inquilino della Casa Bianca.

Tony è un uomo che misura la propria esistenza come si misura un bilancio: profitti (rispetto, soldi, obbedienza) e perdite (tradimenti, paure, attacchi di panico). Ma l’ansia, quella vera, non si lascia incanalare tra le colonne di un bilancio. Ed eccolo lì: il gangster con la pistola che soffre di attacchi d’ansia. Il potere come sintomo.

Un’educazione sentimentale al contrario

Se i celebri personaggi della fiction classica, lungo il percorso, “imparano” e maturano, Tony sembra costantemente disimparare. Parte da una posizione di dominio e finisce, stagione dopo stagione, dentro un labirinto sempre più soffocante. Non diventa migliore, semmai più esposto. Più incapace di raccontarsi favole credibili.

E qui sta una delle intuizioni più spietate della serie: I Soprano non ci chiede di assolvere Tony. Ci chiede di capirlo senza salvarlo: è una differenza rilevante. Perché l’empatia, qui, non è una scorciatoia morale: è una trappola percettiva. Più lo segui, più ti accorgi che la tua comprensione rischia di trasformarsi in complicità. E I Soprano cala lo spettatore in quella zona grigia. Non è un caso se, con Tony, nasce (o almeno si consolida) la dinastia degli anti-eroi televisivi. L’idea che un protagonista possa essere ripugnante e magnetico insieme, e che la serialità, col suo tempo lungo, possa farci abitare quella contraddizione senza risolverla. Penso, tra tutti, a Walter White di Breaking Bad e, in seguito, a Saul Goodman di Better Call Saul.

La scena finale come radiografia dello spettatore

Poi arriva quel locale. E succede qualcosa di geniale: la suspense non è più “cosa farà Tony?”, ma “cosa faremo noi con Tony?”. Perché la regia ci mette di fronte a un dilemma: guardare l’ingresso, controllare chi entra, leggere i segnali. Tony alza gli occhi, noi li alziamo con lui. Il protagonista è prigioniero del suo sguardo, noi del nostro.

È un finale che ha prodotto infinite interpretazioni e polemiche (morte, vita, punizione, continuità), ma il punto non è scegliere la teoria giusta. Il punto è che I Soprano ci consegna un’esperienza: la sensazione che, per Tony, la pace sia impossibile. Anche quando sembra raggiunta, resta provvisoria. Anche quando è seduto a cenare con i suoi affetti, deve vigilare. E quando la serie fa sparire l’immagine andando a nero, non chiude fuori solo Tony ma anche noi, la nostra posizione di osservatori privilegiati.

E qui la serialità diventa, improvvisamente, etica: ci viene sottratto il diritto di sapere. Non perché non esista una risposta, ma perché la risposta, qualunque essa sia, sarebbe una comoda morale preconfezionata.

Il lascito: non “la mafia”, ma l’intimità come crimine

I Soprano non è “una serie sulla mafia”. La mafia è la superficie narrativa. Il cuore è altrove: è la famiglia come dispositivo di ricatto emotivo, l’identità maschile come recita estenuante (“Ma insomma che fine ha fatto Gary Cooper? L’uomo forte, silenzioso, intrepido?”, dice a un certo punto il protagonista), l’America suburbana come palcoscenico dell’insoddisfazione. Perfino la terapia, che dovrebbe essere un luogo di verità, diventa un campo di battaglia, e infatti gli scontri con la sua psicologa sono la norma.

E allora, a forza di guardarlo, puntata dopo puntata, capiamo una cosa scomoda: Tony è il mostro che nasce quando un uomo normale trasforma ogni relazione in un rapporto di forza. Quando confonde l’amore con il possesso. Quando scambia la vulnerabilità per umiliazione.

Per questo, a quasi vent’anni dall’ultimo episodio, Mr. Soprano è ancora qui, tra noi. Non perché non sappiamo se sia vivo o morto, ma perché sappiamo benissimo che ciò che rappresenta — quel misto di paura e arroganza, di desiderio di pace e dipendenza dal conflitto — non è cessato con lui. Il boss del New Jersey, semmai, è uno specchio: ci guardi dentro e, se hai il coraggio, vedi che qualcosa ti riguarda.

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