Vent’anni dopo, Panic Room è ancora più attuale
Panic Room di David Fincher compie vent’anni, ma le paure di cui parla non sono invecchiate di un giorno – anzi
Vent’anni e qualcosa fa, David Koepp, sceneggiatore tra le altre cose di Carlito’s Way, Mission: Impossible e Jurassic Park, notò che sui giornali si parlava sempre più spesso di questa nuova abitudine della gente ricca di farsi costruire una panic room, una stanza blindata della casa perfettamente indipendente e nella quale andarsi a nascondere in caso di problemi di qualsiasi genere – dai rapinatori a un incendio a un attacco alieno. La cosa lo colpì al punto che gli ispirò una sceneggiatura: uscito nel 2002 e dunque ventenne da oggi, Panic Room al tempo sembrò quasi una metafora, una voluta esagerazione di quelle che erano paure sempre più standard nella società americana e che venivano trasformate negli ingredienti di un thriller tesissimo e minimale. Fu uno dei primi film d’autore degli anni Duemila a riflettere sulla società della sorveglianza nelle sue declinazioni più moderne e moralmente ambigue, ma teneva tutto confinato nel generico recinto delle “stranezze dei ricchi”.
È un thriller che è costruito su un paradosso, al contrario di quello che succede di solito nel genere. Uno home invasion classico prevede innanzitutto un qualche errore iniziale della famiglia protagonista (dimenticarsi di chiudere una porta, fidarsi della persona sbagliata…), e di seguito una completa decostruzione della sicurezza dell’ambiente domestico, trasformato in un terreno di caccia. Panic Room, invece, prende le sue due protagoniste (Jodie Foster e una dodicenne Kristen Stewart al suo secondo ruolo in carriera) e le chiude immediatamente nel luogo più sicuro della casa, in una stanza costruita appositamente per tenerle lontane da ogni pericolo. Dopodiché procede, nel modo più logico e razionale possibile, a smontare questa loro sicurezza, e soprattutto a dimostrare che non ci sono pareti d’acciaio che tengano di fronte al potere della comunicazione.
Direte “cosa c’entra tutto questo con il fatto che il film potrebbe essere stato scritto l’altroieri?”. Considerate questo: The Panic Room Company è una multinazionale che si occupa di costruire, appunto, panic room, rifugi anti-atomici e altre unità abitative simili. Il 19 marzo 2020, all’inizio della pandemia, la compagnia pubblicò sul suo blog questo post che spiegava come i ricchi si stessero attrezzando alla pandemia investendo nei loro prodotti. Tempo due anni e su ADNKronos compare questa intervista nella quale il principale imprenditore italiano nell’ambito delle panic room spiega come la sua attività abbia avuto un primo boom durante la pandemia, e ora un secondo di fronte al rischio, vero o presunto, di un conflitto atomico.
Il bello di guardare Panic Room nel 2002 (a meno che al tempo non foste già miliardari) era pensare, con un certo perverso piacere, che certi problemi ce li hai solo se hai tutti quei soldi – credere che il film raccontasse una storia che funzionava anche perché inquadrata in uno specifico contesto di classe che peraltro non coinvolge solo le due protagoniste ma anche un terzo della banda di invasori. Riguardarlo oggi fa scattare fantasie ben più concrete, domande su quale stanza della casa sarebbe adatta per la trasformazione in panic room, scommesse su quale delle mille diverse minacce si materializzerà per prima e ci obbligherà a nasconderci nel bunker…
Ovviamente l’altro grande motivo per cui Panic Room non dimostra i suoi vent’anni è che è ancora oggi un capolavoro, di tensione ma anche di semplicità. Una storia logica nella quale tutto quello che succede è funzione di come sono stati costruiti i personaggi e nella quale tutto quanto, dall’uso delle luci alla CGI utilizzata per simulare i piani sequenza e soprattutto i continui cambi di piano (inteso come “quello della casa”) di una macchina da presa che raramente sta ferma più di qualche secondo; un thriller che è anche survival movie, nel quale gran parte dell’azione non sta nel confronto tra rapinatori e rapinate, ma nei frenetici tentativi di sopravvivere di due donne intrappolate in quella che dovrebbe essere la stanza più sicura della casa. C’è chi lo considera un Fincher minore e lo stesso David al tempo lo presentò come “un pop-corn movie” (come se la cosa lo sminuisse – ma non entriamo in questa polemica). Forse ora che compie vent’anni è arrivato il momento di riguardarlo e di rivalutarlo per quello che era: una profezia, non una fantasia.


