Alec Utgoff da Stranger Things a Venezia: "Abbiamo bisogno di qualcosa che ci renda umani"
Abbiamo intervistato l'attore di Stranger Things a Venezia (e sì, gli abbiamo chiesto anche del meme)
Alec Utgoff, nella realtà, non potrebbe essere più lontano dalla comicità di quel meme. Perché con ben poca ironia, alla domanda sulla sua particolare fama digitale, quasi è stranito, e con grande serietà risponde: “Beh, alle persone piacciono i personaggi e quindi condividono il loro amore per questi… perché gli hanno fatto sentire qualcosa”.
“Quella comica è la vera qualità che abbiamo usato per rendere il personaggio più umano. Grazie a questa qualità Zenia è capace di entrare in contatto con gli altri personaggi, anzi di diventarne un vero e proprio un riflesso. Che si tratti di vizi, amori, solitudine, rabbia o frustrazione, i personaggi devono vedere i loro problemi per poterli curare e stare poi meglio”.
Zenia è come un alieno rispetto alle persone con cui entra in contatto. Anzi, ha una consistenza quasi divina: il suo arrivare tranquillo con il borsone da massaggi in spalla mentre imbocca il pulito vialetto del quartiere diventa quasi una trasfigurazione divina agli occhi dei suoi clienti, che passano il tempo attendendolo ansiosamente della finestra in attesa di una sua apparizione. E in effetti l’idea originale della regista non è poi così lontana da quella impressione.
Se quindi la metafora religiosa era già originariamente nell’idea della Szumowska per la costruzione del personaggio, la preparazione attoriale non ha seguito un iter altrettanto chiaro, ma è stata una costante prova su campo… soprattutto per il fatto che Utgoff non parlasse la lingua del suo stesso personaggio.
“Un sacco della performance è stata improvvisazione, perciò ho dovuto fare sia un lavoro a monte che un lavoro proprio sulla scena. Nel mezzo della scena mi potevo ritrovare a chiedere: “E questo come lo dico in polacco?” – io non parlo affatto polacco!”. Eppure, aggiunge Utgoff, “Tutto il processo è stato estremamente intuitivo, non tradizionale. Qui non ci sono un inizio, un punto centrale e un finale, non ci sono personaggi e relazioni da sviluppare linearmente. Non è proprio il modo in cui lavora Malgorzata. Lei ti dà solo un orientamento generale e poi se tu in quanto attore, pur sempre nei confini del personaggio, che trovi il tuo modo per rappresentarlo. Malgorzata ne prende poi le varie sfumature, i vari colori di cui ha bisogno per raccontare la storia. Tutto ciò ti rende molto più consapevole della tua recitazione, ti fa prestare attenzione agli elementi anche degli altri attori e ti fa tirare fuori certe emozioni, qualunque esse siano”.
“Ora più che mai abbiamo bisogno di qualcosa che ci renda umani. In questo senso sento di essere platonico: ho questa idea che il materiale, il corporeo, non sia un male, ma solo un “bene minore” rispetto a quello spirituale. A volte le persone non riescono ad arrivare allo spirituale perché bloccate dai loro desideri materialistici: Zenia rappresenta invece l’elemento umano del suo mondo. In una comunità chiusa come quella in cui lui agisce, lui è invece un outsider, un alieno che permette alle persone di raggiungere qualcosa di più grande. Proprio per questo penso che abbiamo tutti bisogno di personaggi come lui, qualcosa che venga da un territorio sconosciuto. E proprio i suoi poteri magici rappresentano bene tutto ciò: qualcosa che non capiamo ma che dovremmo invece accogliere”.