BLOODSHOT, DI DAVID SF WILSON: LA RECENSIONE

Certo, vedere un villain con gli occhi strabuzzati che fa il matto e il killer ed entra in scena cantando Psycho Killer dei Talking Heads è un punto veramente basso. Così tanto che per fortuna è troppo anche per Bloodshot e presto arriverà una spiegazione a quella sequenza iniziale che imposta le ragioni vendicative del protagonista (è un militare che in una vacanza con la moglie viene assalito dai suoi nemici, i quali uccidono lei e poi sparano a lui che tuttavia si risveglia in un laboratorio: l’esercito l’ha resuscitato e potenziato con la nanotecnologia) ricalcando la storia dell’omonimo personaggio dell’etichetta di fumetti Valiant.

Bloodshot (il film) è niente di più di un cinefumettone di serie B, copia tutto quel che deve copiare dai fratelli maggiori e di maggiore successo, si appoggia moltissimo sulla sua star e sulle abilità tecniche del regista (precedentemente supervisore di effetti digitali e regista di cut scenes) ma manca totalmente di una vera visione narrativa. L’unica idea che ha è figlia del postmodernismo anni ‘90, cioè il fatto che la tipica origin story vendicativa gli è stata impiantata, è stata cioè “scritta” da qualcuno all’interno del film per somigliare alle storie da vendicatori.

Per il resto è molto più semplice dire cosa manchi a Bloodshot. In primis un’ombra d’ingenuità. Tutti i supereroi maggiori (Marvel e DC) pagano infatti pegno a delle origin story che sebbene piegate, aggiornate e mascherate per essere più moderne mantengono sempre quella anima tra l’ingenuo e l’idealista, tra il fanciullesco e l’illusorio che tradisce la loro radice anni ‘60/’70 o addirittura anni ‘30. Quelle sono origini radicate negli ideali e nei buoni insegnamenti, e per quanto poi i film facciano di tutto per complicare le acque da lì in poi più, quell’origine ce l’hanno stampata dentro e li rende interessanti. Bloodshot ovviamente no, è molto cinico e disilluso, e il film cavalcando esasperando queste caratteristiche invece che creare l’agrodolce dei film di Batman più moderni (ingenuo nei presupposti, duro nella resa) crea la parodia di un supereroe duro.

A rimettere tutto sui binari più giusti dovrebbe essere Vin Diesel, che la sua saga da “supereroi” (grandi virgolette) già ce l’ha e che di certo non può permettersi di incarnare una maschera più nota di lui (anche per questo il suo contributo maggiore al mondo dei supereroi fino ad ora era stato doppiare con una parola Groot di I Guardiani della Galassia). Diesel porta qua dentro se stesso, non crea un personaggio nuovo come aveva fatto con Riddick ma replica tutto quello che sappiamo della sua persona come attore inclusa la canottiera di Dominic Toretto.

Così il supermachismo preso dai fumetti è ulteriormente pompato da quello che Vin Diesel porta con sé, rendendo Bloodshot buono più che altro per palati orientali, abituati più di noi ad accettare l’esagerazione nell’azione, più felici di noi davanti a storie che sacrificano un po’ di solidità per un po’ spettacolarità e più rilassati di noi di fronte alla polarizzazione della rappresentazione di uomini e donne (rude mutismo vs sensibilità introversa; violenza vs. astuzia; ruvidità vs delicatezza).

Alla fine si formerà una squadra, ci saranno le dovute risoluzioni e i personaggi avranno le convenzionali conversioni e gli archi che ci aspettiamo. Niente ci stupirà, l’azione (ben curata ovviamente, vista l’origine del regista) sarà abbondante ma spesso anche noiosa e se ne uscirà uguali a quando si è entrati.

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