Sacha Baron Cohen è un autore che si ama o si odia. Fin dai tempi dell’AliG Show, passando per Borat e Bruno, il poliedrico attore e regista londinese ha abituato il suo pubblico a due cose: la totale assenza di pudore (scatologico, politico, umano e sentimentale) e un gusto raffinato per la citazione colta nascosta sotto cumuli di volgarità gratuita.

 
 
Il Dittatore, da questo punto di vista, non fa eccezioni alla regola. Tuttavia, rispetto ai lungometraggi precedenti, Cohen e i suoi collaboratori hanno deciso di osare qualcosa di più. La trama, che vede lo stralunato “Generale – Ammiraglio” Aladeen di Wladya, cercare di mandare a monte un piano ordito da pericolosi ribelli che vogliono portare cose orribili come la democrazia e i diritti umani nel paese che da ormai vent’anni opprime con affetto sincero, è decisamente più complessa di quella che trovavamo nei due mockumentary, mentre l’elemento volgare, a tratti preponderante in Bruno e Borat, qui diventa una sorta di contorno. Dietro alla patina vanziniana del piscio e dei continui riferimenti sessuali, infatti, Cohen è stato capace di costruire una delle satire politiche più graffianti degli ultimi tempi in cui, oltre a mettere alla berlina gli eccessi di alcuni tristi personaggi dello scacchiere geopolitico mondiale, il film sa colpire durissimo l’America, la cosidetta “guerra al terrore” e, più in generale, le paranoie post – 9/11 di un paese da ormai undici anni in guerra con se stesso.
 
La comicità di Il Dittatore si può leggere su due livelli: quello più semplice non deluderà i fan dell’umorismo più grossolano e, tutto sommato, innocuo; il secondo, invece, più profondo, farà impazzire chiunque ami leggere i quotidiani. Il gioco per Wii in cui Aladeen può interpretare i più famosi attentati della storia (dall’Achille Lauro fino al Settembre Nero delle Olimpiadi del ‘72), le battute fulminanti sugli ebrei, i continui riferimenti agli “amici scomparsi” (Gheddafi e Kim Jong Il, su tutti) insieme a tante altre piccole perle sapranno fare la gioia di tutti gli amanti della satira politica.
Appare comunque chiarissimo che Cohen, nel girare questo film, abbia guardato molto in alto, precisamente a uno dei più grandi capolavori del cinema mondiale, Il Grande Dittatore. Come nel capolavoro di Chaplin, anche qui abbiamo il tema del sosia, la sostituzione del protagonista con un sostituto più o meno tonto e un monologo finale dedicato al valore della democrazia. Certo, Cohen non raggiunge le vette di poesia tragica toccate dal genio di Chaplin, né il suo Aladeen modellato sui “clown sanguinari” (per usare una definizione di Ronald Raegan) Gheddafi e Kim Jong Il, può anche solo lontanamente competere con la parodia di Hitler incarnata dal dittatore di Tomania. Tuttavia, guardandoci allo specchio, notiamo come Il Dittatore sia esattamente lo specchio – neppure troppo distorto – del mondo che viviamo, un insieme di nazioni, persone e leader decisamente più becero e caciarone di quanto amiamo pensare, o sperare. In questo senso la cifra stilistica, volutamente bassa, di Cohen regala al film un taglio talmente sopra le righe, talmente dissacrante e talmente eccessivo da far cadere ogni tipo di polemica nel vuoto; anche la battuta più scorretta, all’interno de Il Dittatore scatta con tempi comici pressoché perfetti confermando come il creatore di Bruno, Borat, AliG e, da ultimo, Aladeen, sia uno dei più grandi umoristi viventi.
 
Usando una metafora che non dispiacerebbe al protagonista del film: Il Dittatore è come un attacco terroristico, scoppia esattamente quando deve scoppiare, nel luogo dove deve scoppiare ed è costruito per fare più vittime possibile. In questo caso, però, anziché il sangue, a scorrere a fiumi sono le risate.