L’ultima volta che il golden boy della commedia americana mainstream Judd Apatow aveva mischiato commedia e racconto semi-autobiografico, ne era uscito un film estremamente intelligente e divertente come Funny People, in cui Adam Sandler interpretava un famoso attore/stand-up comedian incapace di legare con gli altri a causa del suo successo, riflessione amara da insider dello showbusiness alla Bojack Horseman. Con Il re di Staten Island Apatow torna a parlare di adulti che maturano tardi (come in 40 anni vergine, Molto incinta e lo stesso Funny People) usando stavolta come soggetto l’emergente comedian del Saturday Night Live Pete Davidson, nel film Scott, facendone una sorta di what if di come sarebbe stata la sua vita di se non fosse diventato famoso.

Ma Davidson non recita bene come Adam Sandler, e il film usa sì diverse caratteristiche del vero Davidson (anche nel film è traumatizzato dalla morte del padre, vive con la mamma e la sorella e ha lo stesso umorismo da SNL) ma viene cancellato il tema della stand-up comedy, sostituito nel film dal desiderio di Scott di diventare un tatuatore. Perdendosi allora tra le righe il riferimento alla realtà (impossibile da cogliere per i molti che non sanno chi sia Davidson) l’aspetto autobiografico perde motivo di esistere, e il film diventa pura fiction che intrattiene con la realtà qualche caratteristica comune.

A che pro, allora, l’uso del comedian? Apatow ha certamente nel suo dna cinematografico la voglia di portare alla ribalta volti nuovi, e Davidson è uno di questi. Ma in Il re di Staten Island, che come quasi tutti i suoi film ha una struttura fatta di una trama semplice e lineare dilatata in tantissimi momenti di pura rivelazione del personaggio (i suoi film sono infatti sempre più lunghi di due ore, una peculiarità per il genere, che spesso si gioca su tempi più contenuti) si ha spesso l’impressione che il film si stia appoggiando troppo sulla personalità del protagonista e su suoi momenti di casuale comicità, non possedendo però Davidson né le battute taglienti e scorrette né il portato comico già out of character che avevano nei film precedenti Adam Sandler o Steve Carell, o la presenza comica di Seth Rogen e Jonah Hill.

Forse a rendere il film ancora più particolare rispetto ai suoi precedenti è un certo feeling da produzione indipendente, lontano dal solido tecnicismo da commedie prodotte da grandi Studios (quasi fosse una pasta stessa che le rende più nitide, da buon vecchio “stile invisibile”). Apatow qui usa volti poco noti e annacqua forse un po’ troppo il trauma del protagonista nei molti momenti in cui semplicemente veniamo a conoscere meglio i personaggi, arrivando al momento di maturazione finale di Scott con l’impressione di non averlo visto cambiare neanche troppo. Il film riesce comunque a coinvolgere grazie alla sua immersione totale nei problemi del piccolo gruppo familiare, ma la grandissima abilità comica di Apatow si perde qui un po’ troppo nella pretesa di commuovere: e forse era meglio quando non ci si prendeva troppo sul serio.