E’ proprio vero che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Se la realtà ci fornisce quotidianamente prova di questo assunto, il cinema talvolta ci mostra come obiettivi e risultati possano divergere in maniera sorprendente.
Prendiamo questo An Inconvenient Truth, documentario sullo spettacolo di Al Gore, incentrato sul riscaldamento globale e in generale sugli enormi pericoli che corre la Terra (pensate ad un Beppe Grillo meno caustico e più serioso). Sulla carta, dovrebbe essere un lavoro entusiasmante e avvincente, con un personaggio pubblico che si mette al servizio di una ottima causa, considerando anche che qui abbiamo a che fare con la realtà, non con una pellicola catastrofica di Hollywood. Eppure, il prodotto finale è qualcosa di ben diverso. Nonostante il regista abbia un’esperienza notevole in telefilm popolarissimi (Alias, 24, Deadwood, NYPD Blue e ER, solo per citarne alcuni), la narrazione procede con una lentezza esasperante e con dei vertici di banalità sconvolgenti. Penso, per esempio, al momento in cui Al Gore sale su una struttura mobile che gli permette di mostrare l’impennata della temperatura media del pianeta su un grafico. Per dire una cosa semplicissima, ci vogliono così cinque minuti di spettacolo, facendo quindi pensare che un articolo di Internazionale possa essere molto più efficace di tutta questa messinscena.

D’altronde, sono proprio le intenzioni a lasciare perplessi, soprattutto per come vengono ‘vendute’. Si potrebbe pensare che decine di esperti, ambientalisti e scienziati dovrebbero essere intervistati per un progetto del genere. Invece, Al Gore è l’unico protagonista, come se volesse farci capire che è lui l’unica speranza di salvezza dall’Apocalisse di Giovanni (non è una mia iperbole, viene proprio menzionato questo libro della Bibbia), mentre chi gli ha fornito le informazioni e il materiale viene citato sbrigativamente con un generico “A friend of mine”. Insomma, l’impressione è di avere a che fare con un megaspot di una persona solo apparentemente onesta, considerando anche come viene affrontato il discorso sulle elezioni del 2000. A parte che la questione non dovrebbe avere molto a che fare con l’argomento trattato dal documentario in questione, perché non ricordare anche i numerosi errori commessi (soprattutto, non aver voluto l’assistenza di Bill Clinton, ancora popolare nonostante l’affaire Lewinski), che hanno impedito una vittoria chiara e netta?

E se l’ambiente è così importante per lui, perché lo vediamo sempre e solo di fronte ad un computer portatile, come per dimostrare il suo impegno per salvarci tutti? Non sarebbe meglio qualche salutare passeggiata nei boschi? Peraltro, come spesso accade per chi si batte per l’ambiente e un mondo diverso, la bravura nel mostrare bene i pericoli della situazione non è pari alla sagacia nel trovare soluzioni veramente efficaci. “Fare la cosa giusta aumenta la ricchezza” è uno slogan affascinante, ma di un irrealismo incredibile (andatelo a dire a chi sfrutta le risorse del pianeta e deve rispondere dei bilanci annuali di una società, senza preoccuparsi di quello che succederà nel 2050). Quando, nel finale, Al Gore si chiede retoricamente e stancamente quello che penseranno i nostri figli sullo stato in cui abbiamo consegnato loro il pianeta, emerge chiaramente la sua totale mancanza di carisma. E si capisce perché il partito democratico non vince le elezioni presidenziali dal 1996 e non abbia nessuno sfidante autorevole neanche per il 2008…