Nell’estate del 1996, avere sedici anni significava principalmente aspettare con l’acquolina in bocca la fine di settembre.

Il ritorno sui banchi di scuola, la perdita della giovinezza e delle diottrie sopra le pagine del Rocci con i suoi caratteri di stampa adatti giusti ai lillipuziani, erano accidenti che sarebbero stati addolciti dall’arrivo nei cinema del film “campione d’incassi in America!”, Independence Day. Negli Stati Uniti, dove l’estate è da sempre il terreno più fertile per il blockbuster, gli spettatori avevano iniziato a gustare il film fracassone e spassosissimo di Roland Emmerich già dal 2 luglio, mentre in Italia, ieri come oggi (non sempre, ma capita ancora), dovevamo aspettare fino al termine della “bella stagione”.

Nei 20 anni che separano l’uscita di Independence Day e Independence Day Rigenerazione sono accadute tante cose nel mondo del cinema.

Dentro e fuori dal grande schermo.

Fuori dallo schermo si è venuta a creare una situazione in cui, per tutta una serie di motivi che non starò qua a elencare perché non è questo il luogo adatto, ogni major si ritrova a dover gestire un numero di tentpole esponenzialmente più elevato che in passato. La guerra per il dominio del box office globale si combatte ormai a cadenza quasi settimanale, quando, fino a una manciata di lustri fa, era una questione quantomeno stagionale o mensile. Le major combattono con una “ferocia” ben più animosa di prima. Come ha ricordato Tom Hanks qualche giorno fa a Telluride durante la sua lode sperticata nei riguardi di La La Land, il cinema è un’industria spietata che non fa prigionieri nel tentativo di accaparrarsi i favori – e la pecunia – del pubblico. Se seguite il mondo della settima arte con una certa puntualità e costanza, siete perfettamente consapevoli delle volte in cui siamo “costretti” a etichettare come dei flop o “parziali fallimenti” pellicole che magari hanno incassato 500 milioni di dollari al botteghino. Quando il panorama si fa sempre più affollato e si continua ad alzare l’asticella (economica) del budget, della promozione, degli annessi e dei connessi, il punto di pareggio di un blockbuster ne risente di conseguenza e recuperare investimenti da 300 e passa milioni di dollari diventa più ostico.

20 anni fa – basta dare un’occhiata alla classifica dei dieci maggiori incassi del ’96 e constatare la forbice fra la prima e la seconda posizione – Roland Emmerich combatteva da solo. Independence Day era IL FILM DELL’ANNO. L’evento che tutti dovevano vedere per non fare la figura di quelli che vivevano fuori dal mondo quando si chiacchierava durante l’intervallo a scuola o al bar.

Dentro allo schermo, l’invasione aliena del 1996, con tutto il suo carico d’ingenuità quasi fuori dal tempo, il suo saccheggiare a piene mani da La Guerra dei Mondi (non si tratta forse di una versione riveduta e corretta del romanzo di H.G.Wells in cui la critica al colonialismo europeo viene sostituita da un’overdose di buonismo terra terra da United Colors of Benetton che ogni tanto fa piacere vedere al cinema?), ha lasciato una serie di strascichi che hanno lasciato dei segni tanto nei suoi protagonisti, quanto nella vita di tutto il pianeta.

In maniera analoga alla “ricaduta tecnologica” dell’invasione di New York da parte di Loki e l’armata di Chitauri vista in The Avengers e sviluppata in Captain America: The Winter Soldier, anche gli ingombranti “residui” alieni del primo Independence Day hanno contribuito a plasmare il 2016 alternativo di Rigenerazione. La tecnologia extraterrestre ha aiutato il genere umano nella vita di tutti i giorni, nella conquista dello spazio e, logicamente, nello sviluppo di un arsenale capace in linea teorica di difenderci da altre eventuali ingerenze interplanetarie. Un’intuizione questa decisamente interessante, ma sfruttata in malo modo e solo superficialmente dalla sceneggiatura a dieci mani di Roland Emmerich, Dean Devlin, James A. Woods, Nicholas Wright e James Vanderbilt.

Più forti i segni lasciati sui protagonisti, in primis sul ritrovato (ex) Presidente Whitmore, ormai in preda a sogni e visioni notturne in cui compare un simbolo di estrema importanza dal punto di vista della trama.

Poi – una volta stabilito l’assunto di base e dopo aver introdotto vecchi e nuovi protagonisti – tutto comincia a scorrere via all’insegna di un “more of the same” di cui non si sentiva necessariamente il bisogno. Già perché non è tanto l’assurdità della sceneggiatura di Independence Day Rigenerazione a minare la riuscita del film. Non dimentichiamoci che stiamo parlando del sequel di un film in cui un cane, Boomer, si salvava in maniera poco plausibile da un tunnel di fuoco che, nella realtà, difficilmente avrebbe lasciato scampo a qualsiasi essere vivente in fuga. E sento di poter dire ciò grazie al semplice buon senso anche se vedrei volentieri una puntata di Mythbusters sulla questione. Così come sento di poter affermare con sicurezza che Independence Day è un film che amiamo perché chi se ne frega del realismo quando hai a che fare con astronavi con un diametro di 24 chilometri che fanno saltare in aria la Casa Bianca e l’Empire State Building?

Boomer Independence Day

Penso di aver espresso l’opinione di molti affermando ciò.

È l’esuberante impeto iconoclasta il maggior punto di forza blockbuster di Emmerich ed è proprio questa eredità il più grande handicap del seguito. Siamo ormai troppo abituati alla distruzione cinematografica su larga scala, un trend paradossalmente cominciato proprio da Emmerich nel 1996 e consolidatosi grazie a anni di Bayhem e svariati cinecomic (non è un caso se i fratelli Russo con Civil War abbiano consapevolmente evitato questa facile scappatoia narrativa) tanto che questo Independence Day Rigenerazione finisce per essere solo un 2012 + Alieni o un film della The Asylum con un budget da 165 milioni di dollari. Un volto qualsiasi in mezzo alla folla dell’attuale offerta di pop-corn movie che non fa nulla per invogliare lo spettatore a voler conoscere il prosieguo di una storia che, stando all’esito commerciale, probabilmente terminerà qui.