Chi poteva riportare sul grande schermo l'humor nero, grottesco di Roald Dahl e della sua Fabbrica di Cioccolato, dopo un primo tentativo molto popolare (ma poco riuscito in termini di fedeltà allo spirito del libro) nel 1971? Nessuno che non si chiamasse Tim Burton. Che riesce nell'impresa di creare un film totalmente imparagonabile al precedente, grazie alla cura maniacale per le scenografie surreali (da Oscar) ma soprattutto al Willy Wonka di Johnny Depp (che ormai dovrebbe ricevere dall'Academy un abbonamento alla nomination come non protagonista).

La Fabbrica di Cioccolato si svolge in un paesino sconosciuto di una Inghilterra a metà strada tra il diciannovesimo secolo di Dickens, gli anni cinquanta tanto cari a Burton e la modernità dei videogame. La storia dovrebbe essere più o meno nota a tutti: un bambino tremendamente povero trova uno dei cinque biglietti nascosti nelle barrette di cioccolato Wonka di tutto il mondo, vincendo un tour guidato nella Fabbrica di Cioccolato gestita dal misterioso Willy Wonka e dai suoi aiutanti, gli inquietanti Umpa Lumpa. Assieme a lui e al nonno altri quattro bambini, uno più insopportabile dell'altro, e i loro genitori (uno più imbranato e viscido dell'altro) vincono il viaggio nella Fabbrica: uno solo di loro, alla fine del tour, riceverà un premio speciale. Ma uno dopo l'altro i bambini finiscono la loro corsa, puniti da loro stessi per i propri vizi… Intanto Wonka ricorda il suo passato e suo padre (un inquietante dentista, Christopher Lee), introducendo la morale del film: non c'è nulla che possa rendere più felici della propria famiglia.

Può sembrare banale, ma al contrario di certi cinepanettoni Disney il messaggio della Fabbrica è piuttosto sottile, mai retorico, soprattutto grazie alla messa in scena così assurdamente grottesca e surreale (il povero Charlie vive in una catapecchia, e i suoi nonni dormoni tutti insieme in un unico lettone che funge anche da tavolo per la cena e da luogo di ritrovo per la famiglia…) e alla figura di Willy Wonka, un Johnny Depp veramente in ottima forma. Tremendamente ambiguo, Wonka è l'eroe di Charlie, un eroe infantile, totalmente privo di etica, irresponsabile, sarcastico, grottesco appunto, e addirittura drammatico quando si scopre il suo passato di incompreso. A metà strada tra Michael Jackson (ebbene sì) e una statua di cera, il Wonka di Johnny Depp fa della mimica e dei suoni un modo per tagliarsi totalmente fuori dal mondo reale: figura anomala e a volte persino disturbante. Sì, perché come dicevamo sono molti i momenti durante il film in cui la comicità fa spazio a scene inquietanti: dalle tragicomiche fini dei bambini (peraltro realizzate in maniera tecnicamente ineccepibile) al flashback sul passato di Wonka, alla storia parallela del padre di Charlie in cerca di lavoro. Per questo avvertiamo che i più piccini potrebbero uscirne piuttosto disturbati.
D'altronde è la ricetta di Burton: comicità e grottesco uniti assieme per trasmettere un messaggio, il tutto raccontato con uno stile visivo bizzarro e kitsch (non perdetevi la citazione di 2001 Odissea nello Spazio…), quasi opulento.

Tralasciando Depp, di cui si è già detto abbastanza, è davvero bravo il piccolo Freddie Highmore, già notato in Finding Neverland. In generale i bambini fanno bene il loro lavoro (in particolare Mike Teavee), anche se la vera rivelazione è Deep Roy, il minuto attore indiano che interpreta tutti gli Umpa Lumpa. Come spalla comica è davvero divertente, con quel viso impassibile e glaciale.
E proprio gli Umpa Lumpa sono il grande pregio ma anche il possibile difetto del film: a loro sono affidate quattro (peraltro molto belle) canzoni scritte da Danny Elfman (che nella versione inglese doppia anche gli Umpa Lumpa), ciascuna delle quali viene eseguita alla dipartita di ogni bambino. La trovata è molto divertente, soprattutto per le coreografie caleidoscopiche, ma alla lunga alcune di queste canzoni risultano un po’ troppo lunghe sul grande schermo.

In conclusione, La Fabbrica di Cioccolato è senz'altro uno dei miglior film di Tim Burton, forse per alcuni troppo eccessivo e surreale, certo è il culmine di un cammino che il regista aveva intrapreso sin da Beetlejuice e che certo non finisce qui…