Ci sono due italiani che arrivano a Cuba. Erano camerieri in patria ma uno dei due ha trascinato l’altro oltre l’oceano con la promessa di grandi svolte. A Cuba il WiFi si sta diffondendo con grande parsimonia e lui è venuto a sapere di un pezzo di spiaggia in cui sarà installato tra poco un hotspot pubblico, aprendo un locale lì si possono fare affari d’oro.

In linea con il titolo l’inizio del nuovo film di Giovanni Veronesi parla di sogni di un grande domani all’estero e delle prospettive ristrette di oggi in patria. Addirittura, prima ancora che tutto cominci, diversi ragazzi e ragazze dichiarano la propria professione di successo in stati stranieri in una serie di video fatti con il cellulare presentati come reali. La celebrazione della mitologia esterofila ha inizio prima del film, che con questa carrellata di persone reali si arroga il diritto di parlare per tutti, di esprimere idee, insofferenze e desideri come fosse un delegato di massa.

Senza muovere un passo dalla consueta pigrizia della commedia italiana svogliata, Veronesi presenta il misterioso “Pavarotti” di Giovanni Anzaldo come “uno vero, uno che non ha Facebook”, come se ciò davvero dicesse qualcosa su di lui che non sia lo stereotipo che l’autore ha in mente, e invece incastra l’altro protagonista (Filippo Scicchitano, in lotta come un leone per dare dinamismo, vitalità e ritmo alle proprie scene) in casa con il padre edicolante in crisi che assieme ai giornali vende anche frutta e verdura. L’appartamento è arredato come fosse alto borghese, cioè nella maniera in cui sono arredati tutti gli interni dei film italiani, senza nessuna specificità, senza nessuna coerenza. La scenografia è la metafora più calzante per la personalità espressa da tutto il resto del film.

Quando infatti la storia si sposta a L’Havana i due expat vengono accolti da una ragazza italiana da tempo insediata in loco e che, a seguito di un incidente, è rimasta un po’ scema. È Sara Serraiocco che al quinto film è una certezza del cinema italiano, tuttavia la sua tendenza a innamorarsi dei personaggi fuori dai canoni, problematici, stravaganti o inconsueti non le rende sempre giustizia. In un film come questo il suo personaggio con una cicatrice in testa diventa un collage di espressioni esterrefatte e poco di più.
Con poca sorpresa dunque si crea un trio che non somiglia agli espatriati in cerca di realizzazione ma allo stereotipo degli italiani all’estero che Veronesi aveva già messo in scena in Che Ne Sarà Di Noi o Italians (c’è anche la medesima inquadratura-firma dei personaggi che guardano poeticamente il cielo di notte ripresi dall’alto), un gruppo variegato di casinisti, eccitati dalla lontananza da casa che non lavorano molto ma si agitano tra lingue straniere parlate male, ingenuità, insulti dei locali agli italiani e reazioni nervose.

Poco prima della seconda metà Non è Un Paese Per Giovani inizia a scricchiolare e a raccontare altro, non più difficoltà e possibilità di giovani italiani all’estero (o in patria) ma un’avventura formativa che con il lavoro e la realizzazione personale c’entra poco (del resto il titolo viene da una trasmissione radiofonica condotta dal regista), o meglio c’entrerà solo in extremis nel finale, grazie a un espediente pretestuoso. Prima di quel momento il film annaspa, anche più di quanto fatto inizialmente. Nel terzo atto in cui è protagonista Giovanni Anzaldo si percepisce una fatica terribile nel gestire (cioè scrivere e poi dirigere) un personaggio contraddittorio come il suo. Non è Un Paese Per Giovani cerca di farlo con economia di gesti e recitazione sopra le righe, ma gli standard sono tali da trovare solo pigrizia registica e urla con lacrime agli occhi.