Alice insegna Linguistica alla Columbia University di New York e in passato ha studiato la capacità di apprendimento del linguaggio dei bambini.
Le sue ricerche si sono focalizzate su come da piccoli siamo in grado di acquisire la capacità di memorizzare e utilizzare le parole tra i 18 mesi e i 2 anni e mezzo di vita. Senza andare a scuola. Un mistero.

Lei, senza andare in ospedale, rischierà di dimenticare parole, ricordi, identità. Una malattia. Un mistero. La nostra ambiziosa prof abituata ad analizzare l’apprendimento, rischierà di dimenticare tutto. E’ solo una ma impossibile da dimenticare per noi: Alzheimer.

Il meraviglioso Still Alice di Richard Glatzer e Wash Westmoreland contende a Lontano da lei di Sarah Polley il primato per il film più bello a tema Alzheimer. Digitata così può sembrare un’etichetta fin troppo cinica ma purtroppo rende bene l’idea. Questo è un film sulla malattia. Ma attenzione: è un film molto originale sulla malattia.
L’anno scorso il Festival di Roma ci fece vedere lo splendido Dallas Buyers Club, pellicola che avrebbe permesso a McCounaghey di portare a casa l’Oscar nei panni di un malato combattivo di Aids. Questa volta tocca a Julianne Moore uscire da questo Festival con la sicurezza di avere quantomeno una nomination in tasca ai prossimi Academy Awards 2015. Nomination e non vittoria? E qui si entra nel vivo del film.

Alice è Julianne Moore e la sua discesa nell’Alzheimer è così sottile, millimetrica e impercettibilmente sublime… che mancano dei veri e propri momenti Oscar. Croce e delizia della sottigliezza: il film evita con tale costanza e perizia i cliché del film con malattia (musiche, pianti, sfoghi, dettaglio voyeuristico sul disagio) che all’Oscar potrebbe sembrare un peso piuma pronto ad andare al tappeto di fronte a qualcosa di più urlato e melodrammatico.
E invece la leggerezza è la principale qualità di un film elegante e onesto soprattutto nel rappresentare quelle che sarebbero le reazioni più probabili all’Alzheimer da parte di una famiglia di intellettuali benestanti abituati ad affrontare a viso aperto la comunicazione, i problemi e la comunicazione dei problemi.
Gli Howland sono colti, articolati, autoanalitici, coraggiosi e solidamente sereni anche quando emergono conflitti e rimossi (soprattutto tra le figlie Kirsten Stewart e Kate Bosworth: molto brave entrambe).

Impossibile non affezionarsi a un marito lucido e amorevole come Alec Baldwin. Giusto invece ammirare la mano di Glatzer e Westmoreland. L’affondo verso il nostro cuore è solo nella scena finale. Gran bel film.

Julie Christie fu candidata ma non vinse per Lontano da lei.
E Julianne Moore? Ce la farà?