E’ difficile parlare di Scoop senza essere piuttosto arrabbiati. E non tanto con Woody Allen (anche se vivere del proprio passato non è proprio il massimo), ma con produttori e spettatori che gli danno ancora i soldi per continuare a rovinare la sua carriera.
Cos’ha che non va Scoop? Beh, forse è il caso di ricordare una dichiarazione del regista di qualche anno fa. “Ora sono molto più rilassato. Se sono le sei di sera, ho fatto una scena che non mi convince del tutto e ci sono i Knicks da vedere, io mi accontento del primo ciak e vado alla partita”. Ora, è evidente che Allen deve aver trovato qualche altra forma di interesse (sia perché i Knicks attuali non sono proprio un piacere, sia perché ormai i film li gira a Londra), ma il livello di professionalità è rimasto lo stesso.

Due banali esempi. Ad un certo punto, Allen dà la mano ad una persona: nella prima inquadratura lo vediamo mentre praticamente la sta stringendo, in quella successiva non l’ha ancora porta all’altro personaggio. Altra scena: due personaggi ne seguono un terzo di pomeriggio, ma nell’inquadratura immediatamente successiva (quando si accorgono di averlo perso) è notte.
E vogliamo parlare della trama? Un plot così esile da essere stato scritto probabilmente su un tovagliolo. E viste alcune somiglianze con Match Point (tra cui l’importanza del caso, elemento che è perfetto per coprire la mancanza di idee degli sceneggiatori), forse si trattava dello stesso tovagliolo. Tanto per capirci, l’assassino sembra volersi far beccare a tutti i costi, considerando la quantità di indizi che lascia e di cui non sembra preoccuparsi minimamente.

E questa sciatteria persiste anche a livello di regia e fotografia. Dov’è finito il raffinato autore di Manhattan e Crimini e misfatti? E soprattutto, perché deve assumere come direttore della fotografia tal Remi Adefarasin (pellicola più importante realizzata: In Good Company), lui che ha avuto a fianco i maestri del genere? Per chi non se lo ricordasse, Allen ha collaborato con geni come Carlo Di Palma (Divorzio all’italiana, Deserto rosso, L’armata Brancaleone, Blow Up), Gordon Willis (i tre episodi del Padrino, Tutti gli uomini del presidente) e Sven Nykvist (decine di titoli di Ingmar Bergman), che hanno garantito alle sue pellicole un livello visivo altissimo.

E vogliamo parlare delle interpretazioni? Scarlett Johansson, in un ruolo quasi opposto a quello di Match Point, è accettabile, ma Hugh Jackman (che va con il pilota automatico e senza metterci troppo impegno) e soprattutto lo stesso Allen non raggiungono certo la sufficienza. Proprio il regista/interprete si ritaglia un ruolo senza senso (perché la giovane giornalista dovrebbe farsi aiutare da lui?), ma bisogna dire che qui almeno evita di rimorchiarsi donne di 40 anni più giovani, come capitava nel comicamente involontario La maledizione de lo scorpione di Giada. E sì, lo so che è sposato veramente con una donna che potrebbe essere sua nipote, ma un conto è che lo faccia un famoso regista, un altro che questo capiti ad un personaggio sfigato.
Peraltro, sono ormai sette anni che gli interpreti dei suoi film non vengono nominati all’Oscar (Sean Penn e Samantha Morton in Accordi e disaccordi) e non è certo colpa dell’Academy, anche considerando che il folle ritmo di lavoro di Allen (ormai più di un film all’anno, forse sono gli affitti da pagare) darebbe molte opportunità a riguardo.

In tutto questo, ci sarebbe da capire come molti critici europei (soprattutto italiani, of course) lo prendano ancora sul serio. Si può forse pensare che non vogliono accettare la fine di un mito o che le battute esistenzialiste (ormai moscissime) di questo autore li facciano sentire molto intellettuali. Ma, probabilmente, è più facile continuare a versare fiumi di inchiostro per un ‘has been’ piuttosto che cercare i nuovi Woody Allen tra i registi e interpreti trentenni