The Book of Vision, il film diretto da Carlo S. Hintermann che ha aperto la 35. edizione della Settimana della Critica alla 77. Mostra del Cinema di Venezia, possiede uno spunto e un approccio visivo affascinanti che, pur potendo contare sulla presenza nel cast del sempre convincente Charles Dance e di un nome prestigioso come Terrence Malick nel team dei produttori, non è del tutto all’altezza delle aspettative.

L’opera si sviluppa su due dimensioni temporali diverse: nel presente Eva (Lotte Verbeek) è alle prese con scelte difficili nella propria vita privata e con una ricerca che l’ha portata a studiare medicina, in particolare cercando di scoprire i segreti di un libro scritto dal Dottor Anmuth (Charles Dance) nella Prussia del Settecento. Tra amori, presenze soprannaturali, “streghe” e una natura violata, la vita e la morte si intrecciano conducendo a un finale catartico e piuttosto prevedibile.

La co-produzione internazionale messa a servizio della visione di Hintermann è di ottima qualità dal punto di vista tecnico e artistico: la fotografia di Jörg Widmer sa catturare luci e ombre enfatizzando contrasti cromatici e suggestioni, la colonna sonora di Hanan Townshend è ipnotica al punto giusto e il montaggio firmato da Piero Lissandro riesce a dare ritmo a una sceneggiatura che arranca nella parte centrale con dialoghi artefatti e scene non sostenute da un’adeguata costruzione narrativa.

Charles Dance, che prossimamente rivedremo nella terza stagione di The Crown, riesce a sostenere grazie alla sua esperienza e talento anche dei dialoghi a tratti quasi surreali e con una buona dose di retorica, mentre i suoi colleghi, in particolare i più giovani, soffrono un po’ la situazione dando vita a figure stereotipate e unidimensionali mentre storie d’amore iniziano senza apparente motivo, nel passato c’è spazio per violenze e divisioni sociali e nel presente si cerca di ricordare anche l’evoluzione tecnologica della medicina, il tutto condito da un’ampia dose di metafore e potenziali riflessioni filosofiche.
Dispiace un po’ assistere a come la figura della donna e del suo corpo, che in The Book of Vision viene violato e celebrato con equilibrio, e l’idea di una natura “viva” e senziente perdano di incisività all’interno di un contesto suggestivo e affascinante che avrebbe forse conquistato in più rispettandone i silenzi e il mistero, invece che dare (troppa) voce ai dilemmi umani e ai loro sentimenti privi di reale spessore.

CORRELATO ALLA RECENSIONE DI THE BOOK OF VISION