Maciste Alpino, di Luigi Romano Borgnetto, Luigi Maggi con supervisione alla regia Giovanni Pastrone

Nota dell’editore: il film è del 1916, abbiamo quindi permesso a Francesco Alò di dare libero sfogo alla sua furia spoileratrice

Maciste solleva tutto: morale, senso patriottico, amici, nemici, bambini (7!), cavalli e perfino due fidanzatini prima dell’ultim fotogramma con sguardo in macchina e ghigno da bambinone esaltato tra Adriano Celentano e Benito Mussolini.

C’era una volta il grande cinema muto italiano. Quello che inventava la carrellata con Cabiria (grazie a Giovanni Pastrone) e quello che realizzava 130 film di propaganda tra la I e la II Guerra Mondiale quando la capitale della celluloide era più Torino che Roma e la Itala Film era più importante della Universal.

Eravamo maestri del cinema all’epoca e il ciclo di Maciste, personaggio nato da una costola di Cabiria grazie alla prestanza di Bartolomeo Pagano, regalava film di grande fattura e arte visiva.

Circa 28 titoli tra il 1914 e il 1928, prima che il sonoro uccida il nostro gigante.

Dalla sua costola, come sappiamo, nascerà il peplum con la star muscolosa di cui Le fatiche di Ercole (1956) è la giusta prosecuzione figlia di ammiccamenti ai biblici hollywoodiani.

Ci siamo divertiti ad analizzare quattro “Ercoli” estremamente significativi del dopoguerra per prepararci al brutto Hercules con il nostro amatissimo Dwayne “The Rock” Johnson. Ma mai avremmo pensato che il nostro povero Dwayne sarebbe uscito con le ossa rotte… pure dal confronto con un film del 1916!

maciste posterE invece è così. Prima grazie a un personaggio molto ben scritto e caratterizzato e poi per un’impostazione registica semplicemente geniale che ha provocato addirittura un applauso sentito nel momento più smaccatamente di propaganda dopo 10 minuti degni del miglior John Milius. Partiamo da Maciste e dall’ironia.

Prima di Preston Sturges e Billy Wilder… ecco un violento metacinema con Bartolomeo Pagano che mangia insieme alla troupe del suo ultimo film Itala con tanto di macchina da presa in campo, attrezzisti di scena vicino al set e passanti curiosi.

Peccato che gli austriaci padroni di casa siano un po’ arrabbiati con noi per via di una certa I Guerra Mondiale appena cominciata e che ci vede ancora una volta contrapposti a loro dopo il Risorgimento.

“Voi arrestate me, io arresto l’arrosto!” dice subito Maciste agli austriaci che provano a mettergli le manette. Lui ha un biglietto da visita con su scritto “MACISTE” (Machete… prendi nota per il prossimo film) e chiaramente non è Bartolomeo Pagano bensì… proprio Maciste. La trovata, sviluppata con uno humour semplicemente sopraffino e avanti rispetto ai tempi, ci ricorda il Willem Dafoe vero vampiro sul set del Nosferatu nel buffo film di E. Elias Merhige L’ombra del vampiro (2000).

Ecco il pretesto per far picchiare la gente da parte del nostro Maciste: la Grande Guerra. Lui, vestito con gilet, cravatta e giacche voluminose, lancia subito una scarpa chiodata addosso a un gendarme di Francesco Giuseppe. Ragazzi: si vedono chiaramente i puntini dei chiodi della suola sulla pelle del nemico. Make up fantastico. Maciste picchia e ride, picchia e ride, picchia e ride. Quando mostra la gigantesca dentatura è difficile non pensare al fratello multivitaminico del molleggiato che cantava “Il tuo bacio è come un rock”.

Maciste non bacia ma guida la troupe Itala (capitanata da un caratterista che sembra Aldo Giuffré) come capo dei prigionieri mentre una serie di filtri ci fanno capire la volontà dei registi di influenzare l’umore del pubblico attraverso precisi cromatismi. Tutta la sequenza della prigionia del nostro eroico energumeno è contrassegnata da un filtro verde color bile.

Maciste è parecchio incavolato.

Ma mentre l’Hercules di The Rock sorride come uno scemo, porta un copricapo da leone che lo fa sembrare una parodia di Ben Stiller e ha bisogno di Ian McShane che lo motivi a bordo ring per scatenare la sua potenza, questo Maciste di Pagano è irresistibilmente autonomo e ricco di risorse. Sa disegnare caricature satiriche ed entra subito in contatto con la casata di un nobile pronto ad ospitare il popolo oppresso che Maciste, novello Mosè, sta portando via dalla cattività austriaca. Dopo un fotogramma in cui vediamo almeno 100 comparse gozzovigliare allegramente (tutte vere, niente computer!) nel salone del conte, parte la sezione più avvincente di questi magnifici cinque atti ancora freschi e divertenti nel 2014. Esattamente come lo splendido figlio di Zeus incarnato da Steve Reeves ne Le fatiche di Ercole, questo Maciste è fortissimo ma mai altero, potente come un Dio ma pronto a farsi carico di obblighi e responsabilità degne del più modesto essere umano. Letteralmente: primus inter pares. E’ il più forte ma non pensa mai di essere per questo superiore a chi lo circonda. E’ per questo che è un personaggio vincente. Si toglierà addirittura il cappello davanti al fattore del conte con un riflesso condizionato prova di grande rispetto umano. Il nostro diventerà alpino accettando addestramento, abbigliamento e noia di una vita in trincea che per lui è “sedentaria”. Il terzo atto, forse il più stralunato e geniale, lo vedrà sfidarsi in un duello all’ultimo sangue con il soldato austriaco Pluffer degno di Tom & Jerry o Beep Beep e Willy il Coyote. Lui si diverte a tirarlo per i capelli e Pluffer, che non è scemo per niente, lo gabberà scappando da un ospedale vestito da infermiera come il Joker di The Dark Knight.

C’è dell’amore tra loro e quando Pluffer gli scrive una lettera che dice: “Crepa Macisto”, la Sala Darsena è scoppiata in un’enorme risata di complicità. Gli autori volevano assolutamente questo e infatti ecco Maciste restituirgli l’insulto “letterario” quando lo raggiunge in vetta alle montagne e gli scrive sulla neve “Maciste” poco fuori il suo rifugio. Poco ci manca che Pluffer ha un attacco di cuore quando vede la scritta. Dopo l’esilarante duello con il simpaticissimo Pluffer, Maciste entrerà nella parte più epica del film ovvero quella in cui l’eroe scompare e l’io superoistico lascia il posto ad azioni coordinate degli alpini semplicemente meravigliose da vedere, ambientate tra vette realmente impervie e coordinate nell’effettistica speciale dal pioniere della camera Segundo de Chomón, storico braccio destro del supervisore alla regia Pastrone. E’ qui che è scattato l’applauso patriottico di italiani del 2014. Perché Maciste non c’è più e a prendere la scena in queste sequenze bellissime è il collettivo di alpini agili, eleganti e inesorabili, pronti a dare il centro della scena, alla fine della sequenza, alla bandiera italiana. Grandissimo cinema bellico. Sopraffino momento di propaganda. Ci sarà il tempo per un ritorno di Pluffer preso a pallate di neve da Maciste e, dulcis in fundo, anche usato come slittino sulle nevi dal nostro nerboruto protagonista. Maciste lo perdonerà, diventeranno amici e grazie a lui riuscirà a far tornare insieme una coppia di innamorati divisi da austriaci ubriachi e troppo decadenti.

Con un calcio nel sedere… Maciste farà letteralmente saltare in aria uno degli occupanti abusivi della dimora del conte altruista del secondo atto.

Vedere questo film dopo la deludente ultima prova di The Rock ci provoca tristezza. Maciste Alpino… massacra Hercules. Senza pietà.