Woody Allen in Cisgiordania? Possibile, vedendo Tel Aviv on Fire, acutissima commedia di Sameh Zoabi che segue le vicissitudini di Salam (Kais Nashif, già visto in Paradise Now), un giovane palestinese la cui routine si articola tra posti di blocco israeliani e il set di una melensa fiction di spionaggio ambientata durante la Guerra dei Sei Giorni. Le due parti della vita dell’uomo andranno a collidere grazie all’incontro con Assi (Yaniv Biton), un soldato che lavora proprio nel checkpoint che Salam è costretto ad attraversare due volte al giorno.

Sfruttando al massimo il gioco metateatrale di riflessi che fa della scrittura della serie Tel Aviv on Fire il fulcro della storia, il film di Zoabi sembra voler riscrivere un futuro migliore senza per questo dimenticare il passato o travisare il presente di una parte di mondo devastata dal conflitto. “Non tutto riguarda la politica”, dice la moglie di Assi al soldato che le rimprovera di seguire Tel Aviv on Fire, serie tv apertamente antisionista; le parole della donna potrebbero suonare diplomaticamente cerchiobottiste, ma il film ricorda in più di un’occasione cosa significhi vivere – e lavorare – in Cisgiordania, mostrando la diversa prospettiva di entrambe le parti senza evitare vigliaccamente di prendere una posizione.

Al pari della protagonista della fiction che sta scrivendo, anche Samal vive un dilemma interiore che lo spinge emotivamente verso Assi, colui che dovrebbe essere il suo nemico giurato e che si rivela, ben presto, una fonte d’ispirazione essenziale per la sua creatività; le vicende fittizie della spia palestinese Manal (Lubna Azabal), innamoratasi del comandante israeliano (Yousef ‘Joe’ Sweid) che avrebbe dovuto sedurre e uccidere, riflettono ironicamente il germogliante rapporto d’amicizia tra i due protagonisti del film nella vita reale.

A impedire un subitaneo lieto fine, tanto sul piccolo schermo che nella vita di Salam e Assi, la dura realtà si manifesta nei gesti dei militari occupanti nei confronti di un ragazzino palestinese trattenuto nel checkpoint; la risoluzione arriva con l’intelligenza di chi, come Zoabi, conosce bene le ferite ancora da rimarginare di una terra dilaniata. C’è persino un’allusione a un possibile sequel a cui, alla luce di quanto visto finora, non possiamo che guardare con divertita speranza.

“Da cosa si capisce che due persone si amano? Dal fatto che si ascoltano l’un l’altra”, dice l’israeliano a Samal in uno dei momenti più intimi e cameratescamente romantici del film, e nelle sue parole è racchiusa la visione che Zoabi ha della possibile pacificazione tra le due parti che i protagonisti rappresentano; eppure, non c’è nulla di semplicistico o dozzinale nella commedia del cineasta palestinese, ma piuttosto la salace strizzata d’occhio a una verità che, presentandosi col sorriso, fatica meno a farsi ascoltare.