American Symphony, la recensione
La scelta di Heineman è chiara: creare con American Symphony un documentario il più simile possibile a un film di finzione
La recensione di American Symphony, disponibile su Netflix dal 29 novembre
La scelta di Heineman è chiara: creare un documentario il più simile possibile ad un film di finzione. American Symphony è infatti fin dai primi minuti molto studiato nel montaggio e stilisticamente orientato, con la sua totale vicinanza al volto di Batiste in qualsiasi situazione, anche la più privata (mentre è a letto la sera, mentre ha attacchi d'ansia, parla con la psichiatra, è in ospedale con sua moglie) e pieno di quei formalismi tipici della fiction (il montare una serie di immagini mentre Batiste suona, a raccontarci cosa sta addirittura pensando).
In questo senso, il rischio è di abituare così tanto lo spettatore ad una visione funzionale che, paradossalmente, si può perdere il senso dell’ultra-realismo che il documentario in primis sta cercando. In bilico tra queste due tensioni, da una parte American Symphony lavora benissimo sulle sfumature emotive del suo protagonista, è esaustivo nel racconto di una biografia senza essere ripetitivo o eccessivamente drammatico. Quello che infatti più di ogni altra cosa segna la quotidianità di Batiste è la malattia della moglie Suleika Jaouad, malata da anni di leucemia e in chemio mentre questo prepara la Sinfonia e viene nominato ad 11 Grammy, oltre a fare da bandleader fisso al Late Show di Stephen Colbert. Insomma una serie di situazioni tanto delicate quanto importanti e che Heineman ci fa percepire come parte di un unico discorso.
Musicista jazz, pop, soul, compositore, pianista, cantante, afroamericano, laureato alla Julliard, figlio di New Orleans. Sono tutte caratteristiche che Batiste rivendica, e su cui il documentario sembra passare velocemente, lasciandole sospese per preferire una narrazione più costruita - che soddisfa in sé, ma che alla fine ci lascia ancora con il desiderio di saperne di più.
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