American Vandal (seconda stagione): la recensione
Le nostre impressioni sulla seconda stagione di American Vandal
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Dopo tutta questa premessa, ascoltare la trama della stagione potrebbe fare un effetto strano. Il falso documentario parte da una serie di atti vandalici accaduti in un prestigioso istituto privato. L'elemento comune è la cacca. Nel primo di questi, ad esempio, un lassativo viene versato in una bevanda della mensa, provocando disgustosi e incontrollati effetti su decine di studenti. I casi si moltiplicano nei giorni seguenti, rivendicati su Instagram dal temibile Turd Burglar. Uno studente confessa, ma è davvero colpevole? Peter e Sam, i due giovani documentaristi della prima stagione, arrivano ancora una volta sulla scena del crimine per cercare di scoprire la verità.
Ma è proprio qui che American Vandal compie il primo degli scarti rispetto a quel che ci potremmo aspettare. Il documentario tradizionale funziona secondo molti livelli di adesione alla verità, ma, per quanto riguarda lo stile preso di mira dalla serie, si tratta di una forma che fa della drammatizzazione eccessiva il proprio linguaggio. Si tratta di narrare una storia, prima di un evento incontaminato, e di farlo con le armi della fiction. In American Vandal (ma potrebbe anche essere The Jinx, Making a Murderer, o il recente Wild Wild Country), si fa un ampio uso del cliffhanger, del colpo di scena, di reenactment a scopo enfatico.
American Vandal è finzione. Lo è su molti livelli. Lo scorso anno si presentava come falso documentario, quest'anno scopriamo che la prima stagione era – nella finzione della serie – una versione rielaborata da Netflix del documentario dei due giovani. Eppure, proprio il suo essere palesemente un prodotto di intrattenimento fasullo, le permette di mettere in ridicolo le stesse armi della fiction che altrove sono utilizzate da veri documentari. Cosa rimane – sembra chiederci la serie – di quelle drammatizzazioni dietro cui emerge un immenso lavoro di montaggio e costruzione a posteriori di un prodotto appetibile? Qual è il limite della verità nei prodotti di questo tipo che seguiamo? E, domanda più inquietante, ci interessa davvero saperlo o vogliamo solo ascoltare una storia avvincente?
Perché American Vandal ha davvero molto in comune, soprattutto in questa seconda stagione, con Tredici. Il Turd Burglar che commenta dall'anonimato del proprio profilo Instagram è un fantasma al pari di Hannah Baker. Motivazioni a parte, ad emergere sarà una critica trasversale alle dinamiche malate che possono manifestarsi nell'ambiente scolastico e in quella che ormai deve essere considerata come la sua sovrastruttura virtuale: i social. Lontano dalla demonizzazione, lontano dalla retorica, qui c'è un discorso ragionato sul bullismo (Atlanta quest'anno ha costruito un ottimo episodio sul tema). Non inteso come stigma sociale dei più forti "a prescindere" che colpisce i più deboli. Bullismo inteso come sistema trasversale, una specie di società all'interno della società, con le proprie regole, che poggia su una vaga omologazione e colpisce entrambi gli estremi: i "loser" e i "popolari" intrappolati nella stessa gabbia.