Ariaferma, la recensione | Venezia 78
Ariaferma: quando carcerati e carcerieri si scoprono entrambi privi di libertà. Un ritorno del cinema civile italiano tra teatro e realismo
“Non sai che non si può piangere in carcere?” dirà il bonario carcerato interpretato da Silvio Orlando al compagno. Nessuno è quindi chi è veramente o per lo meno cerca di non mostrarlo. Tutti sono abbottonati, si nascondono dietro maschere per sopravvivere. O forse lo sono perché nelle loro celle non hanno mai potuto incrociare gli sguardi e conoscersi. Come i carcerati, così anche i carcerieri.
Là dove la maggior parte dei registi avrebbe creato un thriller tesissimo e violento, Leonardo Di Costanzo - che viene dalla realtà del documentario - si interessa di tutt’altro. Mischia attori professionisti (tra cui un Toni Servillo per la prima volta in divisa) con altri alle prime esperienze. Con la sua regia cerca di creare un'amalgama di queste due realtà proprio come nel film si incontrano le due facce della stessa medaglia.
Dietro le sbarre non ci può essere libertà, nemmeno per i “giusti”, che si ritrovano improvvisamente imprigionati dal loro lavoro. Costretti alla convivenza crollano le differenze, e quando questo accade inizia anche lo sviluppo dei personaggi. Scordatevi lo stereotipo da duro, nel carcere di Ariaferma si piange, si fanno incubi e i più fragili sono così mal messi che gli ufficiali devono assolvere compiti quasi da infermieri per garantirgli la dignità. Di Costanzo abbraccia quindi la realtà, e si innamora della fragilità.
Servono un po’ di minuti ad abituarsi al volto di Silvio Orlando in un luogo così lontano dal suo ambiente cinematografico. Eppure il suo personaggio alla lunga diventa il collante del senso di Ariaferma, cioè il trovare un nuovo modo di coltivare, di fare crescere relazioni umane, anche in un grigio luogo di vita sospesa.
Un proposito nobile, che viene raggiunto dal film insieme l’aspetto più legato al cinema civile di denuncia, che guarda alla cronaca attuale e la rimastica per generare dibattito, e che riuscirà a trovare il proprio pubblico nei circoli e nelle associazioni.
Ariaferma è così preso dagli scambi verbali che si dimentica di introdurci al personaggio più importante: il carcere. Non conosciamo i suoi confini, non riusciamo mai a intuire le dimensioni perché semplicemente non le abbiamo mai viste. Non respiriamo mai l’aria ferma, che dovrebbe diventare anche soffocante urgenza di ossigeno, sole, libertà. E quindi non riusciamo mai veramente a fare esperienza della detenzione. Persino il cibo, che ha un ruolo così importante come oggetto di unione e che costringe a sedersi uno di fronte all’altro, ci viene mostrato senza alcun fascino né brama.
Come accadrebbe nel teatro, dove il punto di vista è fisso. Nel cinema invece avrebbe potuto essere uno strumento per aprire a nuove soluzioni di messa in scena che avrebbero salvato il film dal perdersi dalla genericità delle molte buone opere che riflettono sullo stesso tema.