[Berlinale 2016] Creepy, la recensione
Troppo concentrato su una trama gialla poco appassionante e poco concentrato su quel che gli riesce meglio, Creepy solo a tratti mostra il miglior Kurosawa
L'eco di molti altri film, nonchè dei gialli classici, è un urmore di fondo che in Creepy viene sfruttato per dar vita alla suspense. La furbizia dello spettatore che ordisce supposizioni, scruta le scene e cerca di prevedere gli esiti, è un 'arma che Kiyoshi Kurosawa gli rivolge quasi subito contro.
A Kurosawa per parlare come nessun altro basta alle volta anche solo un lungo carrello in avanti, così lungo da sembrare paradossale, insistito, inavdente e quasi iperbolico, uno che inquadra una donna con un uomo che potenzialmente è una minaccia per lei e, partendo dalle figure intere, nemmeno troppo lentamente lungo tutta la scena li stringe, fino ad arrivare ad avere solo i due volti inquadrati in un frame che a questo punto suona strettissimo e claustrofobico.
Altrove, in questa storia sentimentale fatta di incomprensioni soppresse, gli basterà invece un movimento interno della scena, lei che si va a mettere teneramente sopra di lui, inerte e impossibilitato a muoversi, durante una fase del film che invece dovrebbe essere dedicata alla tensione, per svelare senza parole e con l'unione di corpi e spostamenti una straziante sete d'amore inappagata. Sono sprazzi di quella capacità che gli riconosciamo da tempo di individuare come un'immagine e un movimento sappiano svelare sensazioni che le parole non sanno definire, attimi che usano la forza della composizione e la forzatura di alcune consuetudini del linguaggio del cinema, alcune discontinuità, per risvegliare lo spettatore e allertarne l'attenzione. Però, in un giallo così poco inventivo sono anche momenti isolati che fanno sperare in un film migliore che non arriva neanche nel cupo finale.