BiFest 2016 - Concussion - Zona d’ombra, la recensione
La nostra recensione di Concussion, presentato al BiFest 2016
A cura di Raffaele Caporaso
La storia prende luogo a Pittsburgh, Pennsylvania, e inizia con la morte sospetta di Mike Webster, storico giocatore di football della squadra Pittsburgh Steelers, una delle più titolate della NFL. Morse, deceduto a soli cinquant’anni in condizioni di grande sofferenza psicologica e indigenza, soffriva da tempo di importanti disturbi psichiatrici, ai quali nessuno aveva saputo dare grande rilevanza prima del Dottor Bennet Omalu, brillante anatomopatologo e medico legale di nazionalità nigeriana e trasferitosi negli USA, incaricato(si) dell’autopsia sul cadavere dell’uomo. Tali esami, evidenziano infatti una progressiva degenerazione della materia cerebrale di Morse, che aveva innescato una catena di reazioni patologiche i cui effetti si manifestavano in disturbi come ansia, depressione, atteggiamenti maniacali, e così via. A seguito di tale drammatica scoperta, il Dottor Omalu si interessa seriamente al caso, andando ad apprendere che questo non è assolutamente un caso isolato, ma che anzi si era già verificato altre volte in passato, così come nel presente. Gli studi del protagonista portano alla scoperta di una nuova patologia, ribattezzata Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE). I continui scontri e traumi al cranio ai quali i giocatori di football professionistico sono esposti sin dalla loro infanzia, infatti, sono la principale causa di tale malattia, che si verifica con una grande incidenza in questo mondo sportivo. Prende il via, dunque, una difficile crociata del protagonista, costretto a lottare contro l’establishment del football americano, una vera e propria “macchina fabbrica-soldi” negli Stati Uniti d’America, al fine di veder riconosciuti i suoi sforzi e le sue scoperte, per garantire maggiore conoscenza dei rischi ai quali migliaia di giocatori sono continuamente esposti. La battaglia di Omalu è dura e senza esclusione di colpi, andando a coinvolgere anche la sua vita privata, oltre che quella professionale.
Il titolo originale del film è Concussion, termine traducibile in lingua italiana come “commozione cerebrale”, trauma provocato dai forti e ripetuti colpi subiti ciclicamente dai giocatori di football nel corso della loro pratica. Curiosamente, però, è proprio la mancanza di “impatto” sullo spettatore il limite più grande di questa pellicola, il cui storytelling è spesso borioso e scontato. Il film procede infatti su binari già troppe volte battuti in lungometraggi che narrano storie di “vita vissuta”, con coraggiosi e prodi eroi americani disposti a lottare contro tutto e tutti, sacrificando qualsiasi cosa, in nome della giustizia e della verità, contro i “cattivi” di turno.
Inoltre, è pedissequo, didascalico e retorico il continuo far riferimento alla fervente fede cristiana del protagonista e di sua moglie, soldati di Dio che nel proprio credo trovano forza e giustizia per la loro battaglia, battaglia sì di grande coraggio, ma anche talvolta romanzata in maniera faziosa, nel tentativo macchiettistico di dover necessariamente operare e ricalcare questa divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra “giusto” e “sbagliato” agli occhi dello spettatore.
La sensazione che la visione di questa pellicola genera è dunque quella di una favoletta moderna, sul modello impostato da Esopo millenni fa, con tanto di morale incorporata. E lieto fine, ovviamente.
In conclusione, quindi, Concussion - Zona d’ombra, pur non essendo un lungometraggio davvero insufficiente, ristagna in quell’affollato limbo di pellicole insipide destinate a essere dimenticate dopo la visione: a conti fatti, tanta “cerebralità”, ma poca “commozione”.