Big Mouth (seconda stagione): la recensione
La recensione della seconda stagione di Big Mouth, la serie animata di Netflix
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Un linguaggio degli adolescenti che, va detto, viene interamente declinato attraverso la sfera sessuale. Praticamente non esiste altro nella vita di Andrew, Nick, Jessi e Missy. La pubertà è ancora una volta un mostro incontrollabile, letteralmente, nel senso che si manifesta ad ognuno con il proprio personale "mostro degli ormoni". In famiglia, a scuola, con gli amici, l'adolescenza viene raccontata come una mutazione scomoda e troppo veloce, qualcosa contro cui non esiste manuale delle istruzioni o mostro-guida che possa aiutare. Anzi, quest'anno ad accompagnare le esperienze sessuali dei ragazzini c'è anche il "mostro della vergogna", che già dal nome dice tutto.
La scrittura di Big Mouth non cerca la compensazione facile e il riscatto a tutti i costi. Le figuracce non si cancellano, semplicemente si impara a conviverci. Lo stesso protagonista è una specie di versione ancor più giovane del Jim Levenstein di American Pie: non smetterà di sbagliare, ma se non altro non si vergognerà più dei suoi errori, anzi cercherà di migliorare. E non c'è nessuna retorica sull'amore o i sentimenti in generale. In questo senso Big Mouth è una serie fortemente individualista, che proietta il percorso di ogni personaggio dentro di sé, e solo di riflesso nella propria esperienza con gli altri.
Nella serie debutta anche il personaggio di Gina (doppiata da Gina Rodriguez), notata da tutti nel momento in cui le si sviluppa il seno. E, ancora una volta, i momenti migliori sono quelli dedicati alle ragazze. Di adolescenti arrapati in cerca delle prime esperienze ne abbiamo visti raccontare molti, ma questo sguardo così schietto sulla pubertà femminile, in Jessi e Missy, offre qualcosa di originale. D'altra parte, proprio l'eccessiva schiettezza potrebbe essere un ostacolo.
Mostri a parte, gli altri momenti in cui la serie si lascia andare (un cane che parla, il fantasma di Duke Ellington, ecc... ) non fanno ridere e non hanno nemmeno quella creatività che li riscatterebbe. Dato che è impossibile non pensare a South Park, la mitica ricerca del clitoride di Stan era molto più creativa e dissacrante rispetto alle centinaia di momenti in cui il mostro degli ormoni invita Andrew a masturbarsi. Per non parlare del percorso del signor Garrison, che in Big Mouth ha una pallida – e antipatica – imitazione nel coach Steve.
Per il resto, sarebbe interessante conoscere le percentuali delle fasce d'età di pubblico che segue la serie. Ma rimarremo con questa curiosità.