Black Panther, la recensione del film
Abbiamo recensito per voi Black Panther, il nuovo film dei Marvel Studios in uscita il 14 febbraio
Alpinista, insegnante di Lettere, appassionato di quasi ogni forma di narrazione. Legge e mangia di tutto. Bravissimo a fare il risotto. Fa il pesto col mortaio, ora.

Chi avrebbe potuto immaginare che i toni e le atmosfere che i Marvel Studios non sono mai riusciti a trovare per Thor, ovvero quelli epici, che raccontano dell'eroe di un popolo strabiliante e superiore, di una divinità protettrice di un'intera cultura e, per estensione, del mondo intero, sarebbero stati caratterizzanti di un altro personaggio della Casa delle Idee? Non chi vi parla, che è andato al cinema a vedere Black Panther pensando di trovarsi davanti una storia soprattutto afroamericana e che invece ha apprezzato non poco un film africano, fatto di tribù, di fratelli, di radici, di sogni mai realizzati, ma non per questo morti o meno importanti della più antica delle patrie degli uomini.
Nessuno è a conoscenza del suo vero potere, del benessere che ha prodotto. Wakanda si è isolato dal resto del mondo, ha mentito alla comunità internazionale per secoli, si è volutamente trasformato in un'enclave la cui scienza avanzatissima è protetta dalla volontà pervicace di un popolo di difendere le proprie tradizioni e la propria identità, in un paradosso affascinantissimo giocato tra passato radicato e futuro trascinato nel presente.
Come sappiamo, il suo re, T'Chaka, è morto durante gli eventi di Captain America: Civil War e un nuovo monarca, nonché eroe, nonché protettore e guerriero più valoroso, sta per essere incoronato per godere dei poteri garantiti dalla dea Bast, dalle tradizioni e dalla tecnologia. T'Challa, il nuovo Black Panther, è un uomo buono che presto dovrà rendersi conto di quanto complesso sia governare, avere in mano il potere assoluto e gestire la forza di uno stato del genere, tanto tradizionalista quanto potenzialmente attore di cambiamento, mantenendo la purezza degli intenti e la bontà delle intenzioni.
Il regista Ryan Coogler coglie molto bene i toni, visivi e narrativi, di questa storia. Avessimo visto la cultura asgardiana presentata in maniera sfaccettata e convincente quanto quella wakandiana, avremmo accolto la trilogia dei film su Thor celebrandola con gioia. Invece è nelle movenze, negli usi e costumi di quest'Africa immaginaria e riscattata che c'è la sensazione di un popolo privilegiato e superiore, in grado di aiutare il mondo a essere migliore, ma ancora troppo spaventato dal mondo stesso per assumere il suo ruolo. C'è davvero la tribalità, il senso di una forza antica e di genti, di sangue, di memoria nella descrizione dei wakandiani e del loro re, cosa che abbiamo apprezzato moltissimo. Così come belli sono i paesaggi, sia quelli da foresta e savana, sia quelli della città avanzatissima. La messinscena scricchiola invece sulla CGI, eccessiva ed evidente per alcuni elementi, e nelle scene di lotta e combattimento in costume, non sempre all'altezza.
Meravigliose le quattro donne che, assieme a Black Panther, sono protagoniste della scena. Lupita Nyong'o, Danai Gurira, Angela Bassett e Letitia Wright rubano la scena a Chadwick Boseman e al suo T'Challa più che meritatamente, in diverse fasi della storia, sempre risultando credibili ed entusiasmandoci non poco. Così come saggia è la scelta degli avversari di Pantera Nera. Da un lato Klaw, già visto in Avengers: Age of Ultron: il ladro di vibranio di Andy Serkis è un cattivo sopra le righe, interpretato magistralmente e dannatamente divertente. Il Killmonger di Michael B. Jordan ha chiaramente meno carisma, ma ha il vantaggio di essere sfaccettato nelle ragioni per cui agisce, di non essere il cattivo classico, di non risultare banale nella sua costruzione.
C'è infine un'avventura classicissima, giocata attorno alle fragilità dell'eroe, alla caduta e alla rinascita, al rispetto che genera rispetto, al dramma shakespeariano del nemico che ci assomiglia, dal cammino opposto e speculare a quello dell'eroe, che nasce dalle tradizioni portate all'eccesso e dalla paura di guardare finalmente avanti, di rompere il circolo vizioso dell'abitudine. Il tutto in due ore e venti che non sempre mantengono alto il ritmo della narrazione, rischiando di perdere quegli spettatori che meno apprezzano gli elementi che ci hanno più convinto e che hanno incollato alla poltrona chi vi scrive. Senza contare la migliore e più azzeccata colonna sonora della storia dei Marvel Studios.