Boardwalk Empire (quinta stagione): la recensione
Si chiude la quinta e ultima stagione di Boardwalk Empire: diamo l'addio ad una delle migliori serie degli ultimi anni
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One generation passeth away, another generation cometh, but the Earth abideth forever
Non era difficile immaginare ciò che sarebbe accaduto nel finale di stagione, e non solo per ciò che avevamo visto nelle ultime puntate. Nella scena iniziale di Eldorado, Enoch finalmente si getta nelle acque di Atlantic City che per anni gli abbiamo visto osservare nella opening dello show. Quella distesa d'acqua, limpida e senza bottiglie di alcol, lo accoglie e lo riporta alle sue giornate d'infanzia, da tempo al centro dei suoi pensieri. È il passato che ritorna sotto varie forme, lo stesso che negli episodi precedenti ha raggiunto Nelson Van Alden (Michael Shannon), facendo crollare la sua quasi decennale copertura (in realtà ormai una nuova vita) agli ordini di Al Capone (Stephen Graham). Ma è anche lo stesso che, nelle fattezze di Daughter Maitland (Margot Bingham), ha spinto Chalky White (Michael Kenneth Williams) al sacrificio estremo.
Immaginare un epilogo diverso dalla tragedia per Nucky Thompson è davvero difficile, e infatti la morte arriva, anche se non nel modo che pensiamo. Come nel finale di Carlito's Way, l'espiazione dei peccati richiede il massimo sacrificio, e spesso il carnefice e la colpa avranno l'origine più inaspettata. "The past is the past, nothing can change it", dice Nucky a Gillian (Gretchen Mol), visitandola nella stuttura dove si trova. Chiudere una serie, si sa, è molto più difficile che aprirla, e anche i più grandi hanno vacillato o non hanno soddisfatto del tutto le aspettative. La conclusione di Boardwalk Empire è di un'eleganza magistrale, semplicemente perfetta e inattaccabile. È coerente con se stessa, è sorprendente nel modo in cui ci viene narrata, perfeziona e giustifica, in prospettiva, una stagione non del tutto decifrabile, ed è splendida da vedere.
Per anni Boardwalk Empire è stato il prodotto più curato, elegante, "cinematografico" (ma vorrà dire ancora qualcosa questo attributo?) in tv. Un compendio che farà storia su come fondere valori produttivi di altissimo livello, l'ennesimo capitolo del romanzo americano nelle fila della HBO, degno di sedere al fianco di Sopranos – che soprattutto in queste ultime puntate è un riferimento molto presente, non solo per l'attiva e straordinaria partecipazione dello sceneggiatore Terence Winter e del regista Tim Van Patten – ma anche di The Wire. Ricchezza estetica ed eleganza visiva, al servizio di una storia che si inserisce nella visione storica di Scorsese come ennesima parabola di ascesa e caduta di un uomo che voleva "solo" essere grande, e che è destinata a diventare una pietra miliare nel genere gangster. Da oggi la tv è un po' più povera.