Buen camino, la recensione: Checco Zalone al confine tra buonismo e scorrettezza.

Checco Zalone torna con Buen camino: tra cinepanettone, satira politica e buonismo cattolico, una commedia natalizia senza Natale che farà parecchi scontenti

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Checco Zalone esordisce al cinema nel 2009 con Cado dalle nubi. In quel periodo, il cinepanettone cominciava la sua lenta discesa nel declino che lo avrebbe portato di lì alla morte ufficiosa di lì a un paio di anni, con le ultime vacanze di Natale ambientate a Cortina, e ufficialmente qualche anno più tardi, nel 2018, con il funebre film di montaggio Super Vacanze di Natale. Al comico pugliese è sempre stato affibbiato il compito di mantenere in vita la tradizione del colossale incasso natalizio, compito da cui l’alias di Luca Medici si è sempre svicolato, un po’ per voglia di portare un tipo di cinema comico un po’ diverso, ma soprattutto per la voglia di scappare dal dovere annuale di scrivere e realizzare un film.

A Santiago sul Ferrari

Infatti, Buen camino esce a cinque anni di distanza da Tolo tolo, film con cui Zalone ha cercato di rinnovare il suo repertorio e la sua idea di cinema, chiedendo aiuto a Paolo Virzì e prendendo di petto il razzismo nostrano, ma, a fronte di grandi incassi a cavallo tra un lockdown e l’altro, il pubblico sembrò gradire meno. Così, tra ripensamenti, attese, probabile voglia di andarsene lontano, visto che pare che l’intera filiera dipenda unicamente da lui, Checco torna al suo primo regista, Gennaro Nunziante, e a una storia che si ricollega al passato.

Zalone interpreta un omonimo, miliardario inopportuno ed egocentrico, che alla soglia dei 50 anni è costretto ad andare a cercare la figlia che, fingendosi maggiorenne, è scappata verso il cammino di Santiago. A bordo della sua Ferrari mentre tutti camminano per 800 chilometri, l’uomo decide di assecondare la figlia e capire se può riallacciare un rapporto con lui.

Scritto dal regista e dall’attore, che per l’occasione si ritaglia anche il ruolo di montatore (assieme a Nunziante e Pietro Morana) e autore delle musiche, Buen camino è un film natalizio senza Natale, che riscopre alcuni stilemi del cinepanettone ma li immerge nei buoni sentimenti di sapore cattolico. Come i vecchi film prodotti da Aurelio De Laurentiis il film comincia con una voce fuori campo di uno dei protagonisti che introduce tutto dando al via alla chiarezza didascalica che regnerà per tutta la durata, c’è il viaggio (che è anche il filo conduttore di tutto il cinema di Zalone), i giochi di parole e le battutacce volgari, il maschio macho che soffre di culto della personalità che si confronta con giovani portatori di un’altra mentalità.

Sulla scia ripulita del cinepanettone

La differenza sta nello stile: Zalone non urla, raramente va sopra le righe, gioca con la fissità del volto, non è cinico come i personaggi di De Sica, i suoi film non sono distruttivi verso il mondo che raccontano e quest’ultimo ci tiene a mostrare la radice e al tempo stesso a rivendicare la propria differenza. Buen camino di quel maschio vuole raccontare le fragilità e farle venire a galla come pregi, i giovani sono la parte migliore della società, così come i pellegrini, l’obiettivo è velatamente, ma chiaramente, politico, nella satira e nelle battute (quella su Schindler’s List che già si può vedere on line, o sull’occupazione dei territori palestinesi; in una canzone spunta persino un frammento dell’Internazionale).

Zalone veste i panni del suo personaggio tradizionale, il bifolco che mostra i vizi degli italiani e fa sì che ridano di loro sé stessi, si carica di grottesco fino a che si spoglia - anche esteticamente, togliendosi i capelli biondi - e  svela il lato affettuoso e amabile. In modo più evidente e radicale, questo suo nuovo film si pone al confine tra scorrettezza politica e buonismo, tra il cinepanettone appunto e un film di Riccardo Milani o di Pieraccioni, come dice Paola Casella su Mymovies.

Sulla soglia del buonismo

Il vero grosso problema dell’ultimo impegno cinematografico di Zalone è che il comico tutto fare appare svogliato, ingabbiato dal dovere di fare un mucchio di soldi e accontentare anche la critica (missione che ai cinepanettoni, per fortuna, non è mai stata chiesta); perciò, quel confine viene abbondantemente superato e Buen camino diventa incredibilmente un film parrocchiale, familista e cattolico, senza uno strappo o un’incrinatura nel racconto della fede, incarnato al suo apice da due personaggi femminili, la figlia (Letizia Arnò) e Alma (anima, guarda un po’, interpretata da Beatriz Arjona), che evangelizza persino l’irredento donnaiolo.

Non che dal film manchino le risate, soprattutto nella prima ora, ma le situazioni sono spesso fiacche, ripetitive, manca il graffio, come se Zalone avesse paura della sua maschera, come se a forza di cercare i salotti buoni ora dovesse anche passare da quelli clericali, come se l’acido si fosse trasformato in acqua santa.

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