Cannes 2026 - Amarga Navidad, la recensione: Almodóvar si mette a nudo e rischia tutto
Con Amarga Navidad, Pedro Almodóvar firma il suo film più coraggioso e spiazzante: un'autoanalisi spietata sul fare cinema, sull'invecchiare creativamente e sulla paura di sbagliare.
Non è affatto scontato che Pedro Almodóvar, dopo una carriera così grande, abbia trovato il coraggio di fare un film vulnerabile come Amarga Navidad. Il genere dell'autofiction (che è anche il titolo inglese del film) è qualcosa di estremamente familiare per il regista spagnolo, abituato a trasfigurare sé stesso, i suoi ricordi e la sua vita con i mezzi del cinema. Ma la cosa impressionante di Amarga Navidad è che mette in scena questa autoanalisi in un modo inedito persino per lo stesso Almodóvar. Lo fa con l'espediente del "film nel film", condividendo apertamente con lo spettatore tutto l'imbarazzo e la paura di scrivere e fare film sbagliati — ma, e qui sta il coraggio, mostrando un film volontariamente sbagliato quasi fino alla fine, salvo poi rivelarne il senso in extremis. È un rischio enorme che Almodóvar è disposto a correre e che mette alla prova la disponibilità degli spettatori a entrare — nonostante tutto — nel suo mondo creativo.
Realtà e finzione: il doppio specchio del "film nel film"
Che la realtà si mescoli sempre e irrimediabilmente con la finzione, Amarga Navidad lo dice subito in modo esplicito presentandoci il personaggio del regista Raúl Durán — palese alter ego di Almodóvar, interpretato dall'argentino Leonardo Sbaraglia — mentre è intento a scrivere un film drammatico che vediamo dispiegarsi sullo schermo. Si parte dunque dall'atto della genesi creativa per poi procedere su due linee parallele: quella sempre più incidentale del presente del film (il 2026 in cui Raúl sta scrivendo) e quella sempre più centrale del film nel film, questo Amarga Navidad ambientato nel 2004 della memoria dell'autore, in cui la protagonista è una regista di culto, Elsa (Bárbara Lennie), passata a fare pubblicità e vittima di attacchi di panico a cui cerca di porre rimedio. Attorno a lei si muovono una serie di personaggi secondari le cui frustrazioni li fanno girare a vuoto, incapaci di sopportare i rispettivi dolori privati.
L'autoironia è una delle prime chiavi che Almodóvar sceglie per raccontare questa storia (memorabile la scena all'ospedale), e questo Amarga Navidad "alla seconda" è un film volutamente sconclusionato, sempre più cupo, dove gli archi narrativi dei personaggi sono costruiti in modo confuso, le scene sono sconnesse e il tono si fa sempre più mortifero. Il tema della morte ricorre, così come quello della figura materna. Ma tutto acquista senso se si ha la pazienza di arrivare fino in fondo.La tentazione del compromesso e la liberazione dell'onestà
Con Amarga Navidad, Almodóvar ci mette di fronte alla frustrazione di chi fa film da una vita e cerca sempre di rinnovarsi, rappresentando senza alcun filtro le due spinte che lo tormentano: la tentazione — sventata — di cedere alle piattaforme (Raúl) o alla pubblicità (Elsa), e la gioiosa liberazione che deriva da una ritrovata consapevolezza, da un nuovo modo di guardare la propria vita e quindi la propria arte attraverso occhi nuovi. (Ri)trovare l'impeto creativo è sempre possibile, se solo si guarda con onestà dentro sé stessi e le proprie relazioni. È lì che nasce il cinema, da quella precisa e reale urgenza. Ma per farla vivere e sublimarla in arte, ammette coraggiosamente Almodóvar, bisogna guardarsi allo specchio con grande umiltà.
Vita e arte in Almodóvar vanno sempre di pari passo. E solo se si ha abbastanza pazienza per sopportare e umiltà per ammettere di essersi sbagliati — sul film e sulla propria vita — è ancora possibile sorprendersi davvero. Solo così nascerà qualcosa di nuovo, diverso, ancora una volta ispirato e vitale. Ma è un film che non vedremo, e qui sta il provocatorio sadismo di Amarga Navidad: perché lo si realizzerà soltanto con l'immaginazione, dopo la parola FINE.