Cannes 2026 - Hope, la recensione: il cinema puro è una carrellata nei boschi
Hope, il film più costoso mai prodotto in Corea del Sud, è un'opera apocalittica e travolgente firmata da Na Hong-jin: un'invasione aliena raccontata con potenza visiva straordinaria, ironia di genere e un senso dell'immagine in movimento da far lustrare gli occhi
Era uno dei film più attesi dai cinefili, che conoscevano il regista sudcoreano Na Hong-jin per thriller come The Chaser e soprattutto per l'horror The Wailing: la visione di Hope non ha deluso nessuno, anzi, forse ha persino convinto gli scettici.
Il film più costoso della Corea del Sud
Il film più costoso mai prodotto in Corea del Sud è un'opera "apocalittica" su un'invasione aliena che il regista ha dichiarato essere il primo di una possibile trilogia: racconta di una cittadina sconvolta da una distruzione misteriosa che si rivela essere causata da "mostri", di cui poco a poco scopriremo qualcosa di più. Scritto dallo stesso Na, è una lunghissima e travolgente caccia all'alieno il cui obiettivo è stupire lo spettatore, lasciarlo di stucco con la sua potenza di messa in scena e di tecnica cinematica.
Innanzitutto, la struttura non è propriamente classica: pur procedendo in ordine cronologico, Na costruisce il film come una specie di sinfonia in tre movimenti, in cui il primo atto — quello che di solito serve a costruire la situazione, il contesto, i personaggi — si trova nel mezzo, a fare da adagio tra il vivace crescendo della prima parte e il furioso prestissimo del finale.Due macro-sequenze da antologia
Di queste due macro-sequenze bisogna parlare, perché non sono costruzioni narrative ma lunghissime sarabande: la prima dura 60 minuti, la seconda quasi 45. L'inizio è un crescendo ininterrotto di ritmo e tensione che parte da una mucca morta e arriva, espandendosi come cerchi concentrici, alla distruzione totale e al primo scontro con il "mostro"; il secondo segmento è invece una resa dei conti tra tutti i personaggi e la stirpe aliena: parte dal centro abitato, si sposta nei boschi e finisce con un inseguimento tra il mostro, un cavallo e un'auto della polizia letteralmente da storia del cinema.
A presiedere il tutto non c'è solo l'incredibile lavoro filmico di Na, del direttore della fotografia Hong Kyung-pyo, dei coordinatori degli stunt e del coreografo dell'azione, ma l'idea di cinema da cui scaturisce quel lavoro: prendere gli stereotipi e i cliché del genere fantascientifico — anche i più vieti — e stressarli oltre i limiti, bombardarli dall'interno, elettrificarli per mostrarne ironicamente i confini e, al tempo stesso, celebrarli perché li si ama. Così il poliziotto duro e puro (Hwang Jung-min), che non vede l'ora di fare la sua eroica entrata in scena, non può farla per circa un terzo del film, fregato da una giovane e inesperta collega (Jung Ho-yeon) che invece scende dall'auto armata e stupenda come una vera eroina; il tipo un po' fesso che nonostante tutte le botte non muore mai sopravvive decine di volte, a ogni cosa; il gesto finale che dovrebbe risolvere un duello o uno scontro non è mai definitivo, è sempre differito o reiterato, creando effetti ora comici, ora di micidiale suspense.
Ironia, politica e dissacrazione
Tutto questo senza mai far venire meno il coinvolgimento di chi guarda, e aggiungendovi — per chi gradisce — qualche nota comica che spiazza e dissacra, o un tocco "politico" nella definizione del rapporto della Corea del Sud con l'altro, con lo straniero sempre percepito come nemico: il film è ambientato accanto alla zona demilitarizzata, il temibile confine tra il Sud e il Nord della penisola.
Si esce estenuati ma felici da un film così — proprio come i personaggi — che mostra un passo e un senso dell'immagine in movimento da far lustrare gli occhi. La realizzazione discutibile delle creature (che sembrano un po' i giganti de L'attacco dei giganti, un po' demoni delle tradizioni asiatiche), dovuta allo stato della tecnologia in Corea del Sud e ai costi di produzione, appare quasi un omaggio a Ray Harryhausen, ma in ogni caso non rende meno sontuoso ciò che le circonda. E di fronte a un'opera che dichiara sfrontatamente che il cinema puro è una carrellata di corsa nei boschi seguendo un cavallo al galoppo, non resta che togliersi il cappello, lasciando che i nostri cuori esultino.