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Cannes 2026 - L’inconnue, la recensione: specchi bugiardi alla ricerca di sé stessi

L'inconnue di Arthur Harari, in concorso a Cannes, è un film intellettuale e sensoriale che omaggia Wenders, Kieslowski e Antonioni: un thriller dell'identità in cui i corpi si scambiano come un contagio, sfidando la logica

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Mentre cerca di svelare il mistero alla base del film, la protagonista arriva in un cinema che proietta film del passato: tra le locandine affisse, notiamo più in vista delle altre quelle di Wim Wenders, soprattutto Alice nelle città. Nel cinema moderno, la dichiarazione dei propri riferimenti e delle proprie fonti d'ispirazione è un gesto d'autore importante, e Arthur Harari, regista di L'inconnue, in concorso al 79° Festival di Cannes, decide di rendere omaggio a nomi che i registi più giovani considerano meno, ma che hanno sempre bisogno di un rinforzo della memoria: come Kieslowski, Antonioni e, appunto, il maestro tedesco.

Il metodo Harari: smontare le convenzioni narrative

Nomi e visioni di cinema forse fuori moda, che impongono un impianto narrativo poco conforme. La storia — che il regista ha scritto con Vincent Poymiro e il fratello Lucas, a partire da un fumetto di quest'ultimo — vede David (un irriconoscibile Niels Schneider), fotografo urbano ossessionato da una donna che ha immortalato in una foto. Quando la incontra a una festa, i due hanno un rapporto dalle conseguenze fatali: lui si sveglia nel corpo di lei (Léa Seydoux) e comincerà una ricerca dagli sviluppi imprevedibili, nei quali i corpi si scambiano di continuo come fosse un contagio, un'epidemia dello sguardo.

L'inconnue è innanzitutto un film che sfida lo spettatore, le sue abitudini e le convenzioni: gli chiede di abbandonare la propria ricerca di soddisfazione e lasciarsi andare a qualcosa di imprevisto e forse non necessariamente decifrabile con i metri della logica narrativa. Eppure è tutt'altro che un film incomprensibile. Harari interpella i maestri citati prima — registi del cinema modernista a cavallo tra anni Settanta e Ottanta — e si fa aiutare da loro anzitutto a smontare le norme del racconto cinematografico, per costruire un senso che parte dal pensiero prima che dagli occhi o dai sentimenti: parla di cosa c'è dentro le figure che vediamo e ci perseguitano (Blow-up, ma anche i saggi di Susan Sontag); parla dello scollamento tra ciò che siamo e ciò che percepiamo (La doppia vita di Véronique e altre opere del regista polacco); usa le apparenze e gli eventi come li percepiscono i personaggi e non come sono, mettendo la realtà tra parentesi — la fenomenologia come base del cinema di Wenders.

Un film intellettuale che celebra la sconfitta della ragione

L'autore, all'opera seconda e sceneggiatore di Anatomia di una caduta — che a Cannes vinse la Palma d'oro — procede per indizi, semina immagini e situazioni per raccontare una storia di smarrimento sensoriale, di identità svanite e della percezione di sé come fondamento del mondo. Un mondo che però crolla all'improvviso quando quell'immagine cambia, quando non la riconosciamo più. L'inconnue si muove al limite tra passato e presente, cercando sempre la connessione tra ciò che i personaggi vedono, ciò che sono e ciò che sentono, chiedendo loro — e quindi anche agli spettatori — di esperire con il corpo, con le sensazioni, ciò che la mente non riesce ad afferrare.

Quello di Harari è un film intellettuale — e usiamo l'aggettivo in termini positivi, al contrario della comune accezione — non solo perché fa pensare lo spettatore, ma perché gli chiede di ragionare continuamente su ciò che vede, di strutturare il senso proprio dal pensiero critico e di trarre il godimento del film — per chi scrive piuttosto alto — proprio dall'analisi. Al contempo, e per amore di paradosso, è un film che racconta proprio la sconfitta della ragione, delle logiche attraverso le quali comprendiamo le cose, e la vittoria della sensazione.

L'inconnue non è un film facile — e per fortuna — ma nondimeno è un'opera che mostra la maturazione di un regista che cerca un modo diverso di fare i conti con le immagini di oggi, usando il passato per elaborare le forme del presente (la pellicola e il digitale, l'immagine fissa e quella in movimento, chi eravamo, chi siamo e chi saremo — forse). Intelligente per come usa zoom e soggettive sia per spiazzare chi guarda sia per condurlo a una sorta di strana empatia: per capire l'altro basta guardarlo, perché lo specchio non ci rimanda più la forma di chi siamo. Un'opera di grandissimo fascino e riuscita stilistica, che mette in conto però la propria sconfitta: la difenderemo anche per questo.

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