Cannes 2026 - Soudain, la recensione: ottimisti di tutto il mondo, unitevi
Hamaguchi torna a Cannes con Soudain e compie un nuovo miracolo: 197 minuti che sembrano un respiro, tra dialogo filosofico, bellezza pura e un ottimismo che non inganna. Da non perdere.
C’è qualcosa di miracoloso nel cinema di Ryusuke Hamaguchi e in particolare in Soudain, il suo nuovo film presentato in concorso al 79° festival di Cannes. È una questione di toni, di equilibri tra i registri, di modo di concepire immagini e scene, di sorprendere lo spettatore restando spesso sotto le righe, con un minimalismo che erompe inaspettatamente in epica, parola intesa nell’accezione contemporanea di racconto in grado di raccontare il mondo contemporaneo attraverso una trattazione ampia, a un tempo distaccata ed emotiva.
Un film-saggio sul capitalismo e la cura
Il film, ambientato prevalentemente a Parigi e parlato in francese, il primo internazionale dopo l’Oscar con Drive My Car, vede protagonista Virginie Efira (al secondo film in concorso dopo Histoires parallèles) nei panni di Marie-Lou, direttrice di un ricovero per anziani con malattie cognitive che incontra per caso Mari (Tao Okamoto), regista teatrale giapponese che sta portando in scena una pièce ispirata a Franco Basaglia e anche cercando di guarire da un tumore. L’incontro le porterà a riflettere sul lavoro di cura, sui modi per cambiare e addirittura il mondo.
Hamaguchi si è ispirato per questo film a un carteggio intercorso tra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa Maho Isono quando la prima ha scoperto di avere un cancro al seno: dov’è quindi il miracolo? Il regista giapponese, assieme alla traduttrice franco-nipponica Léa Le Dimna, ne ha compiuti parecchi in Soudain, che significa ‘all’improvviso’: innanzitutto, come accennavamo all’inizio, prendere un racconto intimo sul rapporto tra due persone e, proprio attraverso quel rapporto, approfondendolo e scavando, farlo diventare quasi un film-saggio sul rapporto tra capitalismo e medicalizzazione, tra economia e cura, tra medicina e democrazia, giungendo a un’armonia imprevedibile tra la precisione argomentativa, la forza filosofica e la poesia del racconto.La magia delle sequenze lunghe
Poi, c’è la straordinaria capacità di costruire sequenze lunghe, lunghissime, apparentemente fatte di poco, dialoghi per lo più, che riescono a catalizzare il senso del film e l’attenzione dello spettatore disposto a giocare con le durate fiume (197 minuti), senza il peso della lunghezza ma con la il respiro della necessità, dell’urgenza umana, del tempo reale; da queste sequenze, inoltre emerge una ricerca costante e stupefacente della bellezza, di uno stile capace di trasformare parole su parole in immagini fulgide, lampi di pura emozione, come nella messinscena teatrale - che sono un marchio di fabbrica del regista -, nel workshop sul corpo, i massaggi.
E per chiudere una parziale rassegna dei miracoli di Soudain, Hamaguchi ha realizzato un film ottimista, in cui si lotta per la bellezza della vita e per un mondo considerato, non ironicamente, il migliore possibile nonostante tutto, senza mai suonare falso o manipolatorio, ma rigoroso e razionale, quasi scientifico, in cui la ragione e la volontà, per dirla con Gramsci, non sono poli opposti dell’ottimismo, ma una faccia della stessa medaglia.