Cannes 2026 - The Man I Love, la recensione: Rami Malek non basta, e Ira Sachs lo sa
The Man I Love di Ira Sachs vuole essere un dramma intenso sull'AIDS, sull'arte e sulla morte, ma tra una regia senza idee e un Rami Malek fuori parte, il film non riesce a mantenere nessuna delle sue promesse
Che tipo di film voglia essere The Man I Love di Ira Sachs è abbastanza chiaro: un film basato più sulla recitazione che sulla scrittura, volutamente ellittico nei passaggi di trama, sempre alla ricerca della scena intensa e struggente — violini inclusi — che racconti, dicendo il meno possibile sui personaggi, il dramma di un grande artista alle prese con l'avvicinarsi della morte. Il contesto è quello della New York degli anni Ottanta e il protagonista è un attore di teatro malato di AIDS, interpretato da Rami Malek, che sta preparando il suo ultimo spettacolo. Come già in Passages, anche qui il protagonista tradisce il partner di lunga data che si prende cura di lui (Tom Sturridge) con un nuovo ed eccitante amore (Luther Ford) che lo faccia sentire vivo.
Rami Malek: il problema è tutto qui
Il primo, gigantesco problema di The Man I Love è che affida completamente la propria intensità alla recitazione di Rami Malek, senza però trovare in lui il veicolo per alcuna emozione o profondità. Il muro della credibilità si incrina subito quando Sachs ci fa sentire Malek cantare: un disastro. Il personaggio è stonato quando non dovrebbe esserlo, e il modo in cui Malek si muove nel film restituisce l'impressione di un attore che vuole essere intenso a tutti i costi senza riuscirci — che forza invece di sottrarre, che si crede più commovente di quanto non sia.
The Man I Love ha anche un problema di scrittura grande come una casa. Non solo non ci viene mai dato modo di comprendere i personaggi, presentati in modo bidimensionale sulla carta e senza alcuna idea registica a sorreggerli; la cosa più grave e inspiegabile è che la linea narrativa principale si regga sull'indifferenza di un personaggio riguardo al rischio concreto di contrarre la malattia e morire. È una scelta gigantesca che non viene motivata da nient'altro se non dalla volontà di amare sempre e comunque — che dovremmo ritenere sufficiente, secondo Sachs — una giustificazione decisamente insufficiente, visto che né la recitazione né la regia aggiungono livelli di lettura a questa decisione. È proprio in questa linea narrativa che il film promette la sua massima intensità e capacità di riflessione (il finale lo ribadisce), ma è anche lo snodo in cui le intenzioni di Sachs falliscono nel modo più evidente.Bohemian Rhapsody chiama, Sachs risponde male
Scegliere Malek per costruire un personaggio quasi identico a quello di Bohemian Rhapsody — un artista che contrae l'AIDS negli anni Ottanta — è una scelta rischiosa, perché il paragone è immediato e impietoso. Rami Malek in The Man I Love non ha nulla della statura artistica che il film tanto decanta nel suo personaggio. È una promessa che Sachs fa costantemente attraverso le parole degli altri personaggi — che non fanno altro che ripetere quanto sia straordinario questo Jimmy George — ma che crolla in modo imbarazzante ogni volta che Malek sale su un palco.