Captain Marvel, la recensione del film
Abbiamo recensito per voi Captain Marvel, il primo film Marvel Studios con una donna come protagonista
Alpinista, insegnante di Lettere, appassionato di quasi ogni forma di narrazione. Legge e mangia di tutto. Bravissimo a fare il risotto. Fa il pesto col mortaio, ora.

Ha pagato ancora una volta la scommessa classica dei film Marvel, ovvero coinvolgere in pellicole di genere, d'azione, di super eroi dei registi che hanno uno sguardo diverso e fuori dal coro? La risposta è sì, perché Captain Marvel, affidato alla coppia formata da Anna Boden e Ryan Flack funziona e lo fa soprattutto perché non è il classico film di super eroi, pur aderendo con precisione alla formula tipica dei Marvel Studios: attenzione al personaggio, umorismo e grandi scazzottate.
Non sa chi fosse prima di un certo incidente, non conosce il proprio nome, tranne quello che le è stato dato dopo che fu ritrovata e salvata e, soprattutto, non è in grado di tenere a bada le proprie emozioni. I Kree sono una razza fredda, razionale, efficiente. Lei non è una di loro, è umana, come presto scopriremo, e la sua emotività è un disturbo. Come dimostra la sua prima missione ufficiale, che la porterà a contatto con gli odiati Skrull, causa del suo incidente e della perdita della sua memoria, e la trascinerà sulla Terra, dove avrà l'occasione di riconnettersi alle proprie radici, facendo scoperte sorprendenti sulla propria storia e sul proprio scopo nell'universo.
Avete mai visto un film di super eroi in cui la parte "super" deve riconnettersi a quella umana, soprattutto in un film di origini? A memoria, non è accaduto granché. Ed invece è proprio la chiave affascinante di Captain Marvel, che ci mostra una donna a cui l'autorità vorrebbe insegnare come essere eroica e come mettersi al servizio della giustizia, proponendole un'idea prefabbricata della retta via e spingendola a rinunciare a ciò che ci rende umani e ci definisce: le emozioni, il passato, l'ammirazione per gli esempi che ci hanno forgiato, la capacità di fallire e poi tornare a provare. Un'ottima prospettiva, che ribalta il concetto classico di storia delle origini, che solitamente ci mostra, cronologicamente, l'uomo comune che diviene eroe, che diventa simbolo, che accede al potere. Carol Danvers è già dotata di poteri e costume, ciò a cui deve accedere è identità, è umanità.
Femminile è anche la colonna sonora, che colpisce come una lama il cuore di noi gente cresciuta negli anni Novanta. Garbage, Hole, No Doubt... non potevamo che trovarci sul ciglio della poltrona in certi momenti. Affondati. Complimenti. Complimenti a un film che funziona pur avendo qualche difetto non ignorabile. Abbiamo già detto della messinscena della primissima parte. Non possiamo sorvolare su un umorismo che, almeno in doppiaggio italiano, risulta a volte forzato e non proprio centrato.
La coppia comica composta da Nick Fury e dal gatto (?) Goose funziona a singhiozzo. Le citazioni evidenti del cinema muscolare anni Novanta e delle abitudini alle battute one liner sono un'idea notevole, tradotta solo in parte in divertimento compiuto. E, spiace dirlo, Brie Larson è mediamente antipatica per quasi tutto il film. Nei pochi momenti in cui sorride ci si rimane quasi male. Ha perfettamente senso nel percorso del personaggio, ma in alcuni momenti ha pesato.
E aguzzate gli occhi, fumettofili, o vi perderete l'apparizione speciale di Kelly-Sue DeConnick. Il suo ciclo di storie è giustamente madre spirituale di questo film. Vederla nella pellicola è stata una gioia.