Castle Rock (seconda stagione): la recensione
Appoggiandosi ad una magnetica Lizzy Caplan, Castle Rock costruisce una buona seconda stagione, sempre carica di riferimenti a Stephen King
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Lizzy Caplan è eccezionale nel ruolo di Annie Wilkes ed è la spina dorsale della seconda stagione di Castle Rock. Andare a toccare l'origine di un personaggio così affascinante, ma anche così visceralmente legato all'interpretazione di Kathy Bates nella trasposizione cinematografica, rappresentava una grande sfida. Nell'immaginario collettivo, l'universo kinghiano ha condiviso spesso la rappresentazione cartacea – che è soggettiva – e quella cinematografica. Da Shining a Carrie, le versioni più note delle inquietudine dello scrittore, semplicemente, non possono essere ignorate. Vivono una vita propria, e si sovrappongono idealmente al personaggio della pagina scritta.
La storia è quella di Annie Wilkes, che cambiando alias e targhe della macchina arriva nella cittadina di Castle Rock insieme alla figlia Joy. Qui combatte contro i propri demoni personali, contro un'instabilità mentale che già si manifesta in tutta la sua forza, mentre tiene praticamente segregata la figlia e cerca di sistemare il necessario per ripartire. Ma Castle Rock rimane la cittadina immaginaria al crocevia dei luoghi dell'orrore di King. I cartelli stradali ci raccontano la vicinanza con Jerusalem's Lot, ma anche con Derry, e i riferimenti all'orrore fioccano ovunque.
Questa diventa infatti ben presto anche la storia della famiglia Merrill, ben presente in varie opere di King, e dei complessi rapporti che intercorrono fra i suoi membri. In questo caso ci sono Tim Robbins e Paul Sparks a rappresentarla con le loro interpretazioni di Reginald "Pop" Merrill e John "Ace" Merrill. La più piccola famiglia Wilkes e la più estesa e complicata famiglia Merrill diventano allora esempi affini di nuclei difficili, che hanno segreti sepolti in un passato che tornerà a farsi sentire. Castle Rock è l'entità geografica che fa esplodere tutto questo, che tira fuori il peggio dai protagonisti, e che in vari modi sovrannaturali rappresenta la più grande minaccia stagionale.
D'altra parte, con alcuni accorgimenti di scrittura, la serie riesce a dividere quando può il racconto in blocchi separati. Lo fa anche sfruttando flashback che mantengono intatta la loro portata drammatica. E poi c'è Lizzy Caplan che, come detto, è la spina dorsale della stagione. C'è un lavoro di sguardi e postura, abbigliamento perfino, che trascende ogni momento e concentra su di sé l'attenzione. A dimostrazione che il piccolo orrore umano radicato nella verosimiglianza è più spaventoso di quello sovrannaturale.
Alla seconda stagione – chissà se ce ne sarà una terza – le intenzioni della serie antologica non sono del tutto chiare. C'è un disegno più ampio comunque, come ci dimostra un buon collegamento con la prima stagione.