Come sono diventato un supereroe, la recensione
Nonostante non brilli certo per originalità di trama e sviluppi, Come sono diventato un supereroe ha il merito di misurarsi con grinta e faccia tosta con il modello supereroistico
È evidente il potenziale seriale di Come sono diventato un supereroe. Non solo per un finale che è anche un’apertura, ma perché fa della costruzione di un mondo “speciale” e delle sue dinamiche il suo obiettivo principale. Un poliziesco vestito da film di supereroi, o meglio un film di supereroi vestito da poliziesco: il regista esordiente Douglas Attal si diverte a mischiare generi, riferimenti e prototipi. Il risultato non è affatto male e nonostante non brilli certo per originalità di trama e sviluppi (che anzi sono sempre piuttosto prevedibili), Come sono diventato un supereroe ha il merito di misurarsi con grinta e faccia tosta con il modello supereroistico, ormai appannaggio degli americani.
Il film è ambientato a Parigi e ha per protagonista il poliziotto svogliato e goloso di caramelle Gary Moreau (Pio Marmaï). Il mondo è pieno di persone con dei poteri e che non sono per forza supereroi (quest’idea, per quanto banale, è molto bella): alcuni li usano per diventare famosi, altri per regolare dei conti, altri semplicemente li nascondono. Da quando una droga permette a chi non ha i poteri di svilupparli, la città vede un’impennata di criminalità e di violenza. Sarà proprio compito di Moreau, assieme alla nuova collega Cécile Schwartzmann (Vimala Pons) e a due vecchie conoscenze “speciali” smantellare il cartello della droga e riportare la pace per le strade.
Ci sono tante cose in Come sono diventato un supereroe che fanno desumere una cura produttiva non indifferente: gli effetti speciali convincenti e ben realizzati, la verità di location, la grande ambizione futura del racconto. Il respiro è quasi quello da film da studio hollywoodiano, e lo è anche per la trama, che potrebbe essere presa di peso e trasportata oltreoceano per quanto è standardizzata. Niente di tutto ciò è di per sé positivo o negativo, ma viene quantomeno da chiedersi quale sia il vero intento del film.
La regia di Douglas Attal va spedita come un treno, sicura e centrata. I combattimenti sono convincenti, il ritmo è ben ponderato. Tutto è giusto, c’è anche una buona dose di comicità. A fronte di un’identità e di un’originalità forse un po’ confusa (o magari l’intenzione era proprio essere ambigui?), Douglas Attal mostra comunque una naturalezza e una fluidità di sguardo evidenti e che riescono a far passare sopra alle questioni di pura poetica autoriale.
La cosa veramente deludente, o meglio, la nota stonata, è la storia in sé. Tutto va esattamente come ci si aspetta, da copione, ma soprattutto non si riesce a cogliere quale sia l’idea che controlla il film, ciò che vuole comunicare. Un bell’esercizio, sì, ma piuttosto fine a sé stesso.
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