Da me o da te, la recensione
Non c'è una vera idea in Da me o da te, ma la copia di altri spunti. Così tutta la parte formulaica è sola abbandonata alla sua genericità
La recensione di Da me o da te, il film in uscita su Netflix il 10 febbraio
Da me o da te ha gli attori giusti (più Reese Witherspoon che Ashton Kutcher), ha l’ambientazione giusta e i comprimari giusti (Tig Notaro e Jesse Williams) ma il soggetto più fiacco. Un uomo e una donna vivono una notte di sesso da giovani e poi per venti anni sono amici a distanza, al telefono. Quando il film inizia uno è lo scapolo ricco con velleità da romanziere, l’altra una mamma concentrata solo a fare la mamma. L’esigenza di lei di andare in un’altra città per lavoro spinge l’amico a fare qualcosa, muoversi e badare al figlio di lei consentendole di partire. Staranno ancora a distanza ma a ruoli invertiti (ora è lei a vivere nell’appartamento di design di lui e lui a fare il padre).
È lo spunto di L’amore non va in vacanza (persone che si scambiano le case e quindi le vite, vivendo l’opposto di quello a cui sono abituati) con molta meno verve nei personaggi principali e Ashton Kutcher a macinare inutilità in una parte invece cruciale. È la storia del vero amore che trionfa (e ci mancherebbe!) ma con così poca plausibilità anche per i più indefessi romantici da San Valentino (i due non si sono confessati i propri sentimenti per venti anni e sembrano non avere nessuna ragione per non averlo fatto) che anche la dialettica tra l’amore sicuro e familiare in lotta con quello perturbante, nuovo e individuale, è moscia.