Daliland, la recensione
Racconto della corte intorno al celebre artista, Daliland propone alcuni personaggi interessanti, ma uno scioglimento troppo convezionale
La nostra recensione di Daliland, presentato al Torino Film Festival
Il paragone con il romanzo di Scott Fitzgerald è del resto utile per rilevare uno dei punti più interessanti del film, ovvero come la vita mondana particolarmente accesa sia ritratta, almeno nella prima parte, da un'approccio non critico ma perfettamente incantato da ciò che si ritrova davanti. Senza arrivare alle barocchismo dell'adattamento firmato Baz Luhrmann, quello che vediamo è la gioia, l'ebrezza di chi ne prende parte: James trova una fiamma e lo stesso Dalì non emerge in maniera negativa. Questa vita infatti non gli impedisce di continuare a lavorare, anzi sollecita la sua vena artistica, e sono piuttosto i critici a fare una brutta figura, quando non lo prendono più in considerazione solo per le sue idee un po' eccentriche.
Oltre al protagonista, tra le persone che stanno intorno a Dalì il film si concentra anche sulla moglie, Gala (Barbara Sukowa). Compagna di una vita del marito, spesso dietro le sue scelte professionali, motore silenzioso della sua carriera. Una figura attiva che però si rivela comunque sua succube, costretta a doversi occupare di lui e restare lontana dai riflettori. Aspetto che comunque non le impedisce di trarre i propri vantaggi dalle conoscenze del pittore. Questa prospettiva rende il suo personaggio stratificato, a differenza di quanto accade per Dalì. Figura stravagante, boriosa, che non si accorge di cosa gli capita intorno, ma sempre comunque espressione di quel genio che tende a sottolineare a chiunque gli faccia notare qualcosa. Tutti i tratti più tipici, portati sul grande schermo da Kingsley con un approccio mimetico ma misurato, mitigando gli eccessi e le possibili derive da overacting della sua interpretazione.