Dead Pigs, la recensione
Diverse storie intrecciate e non con un unico fine: raccontare le macerie umane che rimangono dopo la mareggiata del cambiamento e della modernità
Dead Pigs, a due anni dalla presentazione al Sundance (e a uno dal film successivo di Cathy Yan), arriva finalmente a tutti o quasi grazie a MUBI.
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Come ogni paese in rapido mutamento la Cina è la nazione dove è più facile veder emergere le contraddizioni umane. È il bacino di storie più accattivante, ma soprattutto credibile. Lì ogni storia ha una plausibilità che altrove, in un altro tempo, non avrebbe. Le sue dimensioni e il successo che ha lì il cinema gli consentono anche di avere una classe di registi dal ricambio forsennato e sempre di livello.
Tutto questo crea scene eccezionali come il balletto motivazionale che apre il film o la tensione verso il successo che si respira nel segmento edilizio, o ancora lo squallore da show business di quartiere della parabola europea. Ci sono momenti che alternano il vero e il falso, l’artefatto e la cronaca per raccontare la distruzione umana che si accompagna al cambiamento sociale. E tutto con un appropriato senso dell'ironia, con la voglia di ridere e deridere i propri personaggi mentre si prova tenerezza.
Non tutto è propriamente a fuoco e obiettivamente le opposizioni logiche su cui lavora Cathy Yan sono davvero elementari, come la sua retorica sulla modernità che uccide (l’allevatore di maiali che raccoglie cadaveri con freddezza ma poi perde la testa per la VR). Tuttavia la plausibilità e la concretezza con la quale viene dipinta una società sempre in corsa, determinata a urlare l’unicità degli individui mentre afferma la forza della collettività e il cui potere si fonda sulla quantità e i numeri (lo sviluppo di città o intere porzioni di città portato avanti come fosse lo sviluppo di un condominio), rimane impressionante.