Due agenti molto speciali 2, la recensione
Dopo dieci anni dal primo, Due agenti molto speciali 2, su Netflix guarda molto più all'America che alla Francia
Sono passati 9 anni dal primo Due agenti molto speciali, quando Laurent Lafitte e Omar Sy, il primo un poliziotto molto borghese di centro città e il secondo un poliziotto spiccio e popolano di periferia, dovevano collaborare per un caso importante. Adesso i due sono stati promossi, chi più e chi meno, e invece di lavorare sulle differenze tra centro e periferia, lavorano su quelle tra capitale e provincia, spediti da Parigi in un paesino marginale pieno di esponenti della destra intollerante, indagano su un omicidio e scoprono una cospirazione. Il tutto con la doverosa ironia del borghese rigido che si confronta con il popolano più spiccio e dritto al punto, ma anche con una rinnovata enfasi sull’azione in virtù della presenza di Louis Leterrier alla regia.
Anche uno sceneggiatore con esperienze hollywoodiane cambierà tutto, abbandonando l’ironia più sofisticata per un umorismo molto grossolano e pretestuoso.
Ma non è solo quello. Due agenti molto speciali 2 cambia proprio genere, non è più una commedia in abito da poliziesco ma cerca di essere un reale poliziesco con reale trama intricata e soprattutto moltissima azione diretta (più o meno) bene. O almeno in linea con quel che può fare Louis Leterrier, regista di film Marvel e blockbuster medi americani, che cerca di trasformare quel format molto basilare di strana coppia, in un medio blockbuster all’americana ambientato in Francia. Non sempre riesce anche se va ammesso che quando nel finale comincia ad infilare uno dopo l’altro diverse scene con veri stuntmen e poco digitale (che invece nel resto del film regna uccidendo il senso dell’azione), è altamente godibile.