El Conde, la recensione | Festival di Venezia
Più divertito, eccentrico e creativo che mai El Conde vive ben al di là del suo spunto eccezionale, esplorandolo con intelligenza e gusto
La recensione di El Conde, il film di Pablo Larrain presentato in concorso al festival di Venezia
Il protagonista di El Conde infatti non è il vampiro Pinochet (fenomenale quando vola in alta uniforme con la mantella) ma è la sua cerchia e i suoi familiari, che vampiri non sono e aspettano invano la sua morte per ereditare le fortune ammassate indebitamente. Esasperati si riuniscono per immaginare la sua morte (con paletti di frassino e tutto il corollario classico) ma non sanno che la donna che hanno ingaggiato e che li interroga (svelando le vere magagne finanziarie commesse da quella famiglia, in un fantastico rapporto di realtà/finzione) è una suora sotto copertura i cui veri intenti anche noi scopriremo lungo il film. El Conde è quindi una specie di processo agli eredi di Pinochet, una sorta di umiliazione creativa di personaggi finti messi di fronte ad azioni realmente commesse, prima di diventare un film sulla seduzione del potere (idea facile) e la distruzione di chi gli è prossimo.
A condurre tutto è Paula Luchsinger (già nella gang di Ema), una ragazza bella con un look particolare (di nuovo come in Ema) e uno sguardo allampanato e falsamente sereno, eccitato e rassicurante mentre inchioda gli altri. Luchsinger recita benissimo il ruolo, al tempo stesso divertita dalla cosa, ironica, indignata e anche arrabbiata con quel sorriso di condiscendenza che nasconde un desiderio di violenza. Ma siccome Larrain sa divertirsi il film supera anche questa fase, diventa proprio una storia di potere e vampirismo in cui la metafora è spinta molto in avanti per mostrare come chi gira intorno a qualcuno come Pinochet è molto peggiore di lui. I figli sono cospiratori perché questo è quello che quel tipo di potere fa alle persone, le disumanizza.