Fallout (stagione 2), la recensione: una stagione di passaggio
Dopo un inizio non così esaltante, la seconda stagione di Fallout recupera terreno e lascia aperte le porte per il futuro della serie.
Lo ammettiamo: non siamo rimasti particolarmente colpiti dall’inizio di questa seconda stagione di Fallout. La colpa è da imputare a una scrittura che tenta costantemente di risultare mordente, ma senza mai riuscirci davvero. Una scrittura frammentata, incapace di veicolare particolari emozioni e decisamente meno sorprendente di quanto visto lo scorso anno. Non un totale disastro, sia chiaro, ma ben al di sotto delle aspettative. Nonostante questo, però, abbiamo seguito settimana dopo settimana tutti gli otto episodi che compongono la seconda stagione, finendo per doverci ricredere. Almeno in parte.
Detto questo, quindi, addentriamoci in questa seconda analisi della serie sviluppata da Jonathan Nolan e Lisa Joy.
UN NUOVO PUNTO DI PARTENZA
Dopo un primo episodio abbastanza didascalico, la seconda stagione di Fallout riesce lentamente a ingranare le marce. Proprio il personaggio di Maximus, assente nella prima puntata, finisce al centro dell’attenzione, risultando determinante allo sviluppo degli eventi della macro trama. Macro trama che ha il pregio di coinvolgere tutti i vari protagonisti, intrecciando le loro strade e rendendoli tutti indispensabili al prosieguo del racconto. Allo stesso tempo, però, è palese che gli autori si siano resi conto di quanto il Ghoul sia piaciuto al grande pubblico. Questo ha comportato un grande lavoro sul suo background e un focus maggiore sulla sua storyline, con il rischio di diventare un po' troppo ridondante in alcuni momenti.
Peccato, invece, per la gestione di Robert House, che parte da presupposti interessanti, ma che non riesce ad andare oltre una scrittura che tende a banalizzare il personaggio, piuttosto che a farlo brillare di luce propria. Lo stesso si può dire delle sequenze ambientate nel passato, che aggiungono qualche tassello generale al world building, ma che sembrano essere inserite talvolta più per scelta stilistica, che per vera e propria necessità narrativa.
STILE E TECNICA
Se la trama ci ha intrattenuti più o meno con costanza attraverso tutti gli episodi, lo stesso non si può dire degli effetti speciali messi in scena. Sia chiaro: qualche buon momento c’è e i trucchi prostetici funzionano alla grande, ma è quando viene utilizzata una CGI più marcata che crolla il palco. La presenza dei Deathclaw, infatti, ha inevitabilmente comportato un massiccio lavoro di computer grafica, che però sembra appartenere a un’epoca ormai passata. Lo stesso si può dire di alcune sequenze che vedono veicoli e robot in azione, che appaiono con una risoluzione più “slavata” che cozza con il resto dell’ambiente. Un vero peccato, dato che questa scarsa resa finale danneggia alcune scene che, ne siamo certi, sarebbero arrivate con decisamente più forza nel cuore dello spettatore se accompagnate da buoni effetti visivi.
PRONTI PER LA TERZA STAGIONE?
Nonostante manchi della freschezza presente nella prima stagione, la serie di Fallout è riuscita ancora una volta a soddisfare la nostra voglia di mondi post-apocalittici. Il merito è da ricercare soprattutto nella coesione tra le storie dei vari personaggi e, nello specifico, nel rapporto tra Lucy e suo padre Hank. Quanto portato su schermo, per quanto talvolta minato da un ritmo altalenante, funziona e prepara le basi per una terza stagione potenzialmente molto interessante. La paura che abbiamo, dopo aver visto il finale di stagione, è che gli autori decidano di separare le diverse storyline, danneggiando così uno dei punti di forza dello show. Speriamo, quindi, di doverci ricreare ancora una volta e di ritrovarci tra un anno a elogiare il lavoro svolto dal team guidato da Geneva Robertson-Dworet e Graham Wagner.