For All Mankind (prima stagione): la recensione
La prima stagione di For All Mankind muove i passi da un affascinante what if per offrire uno sguardo singolare sulle intenzioni dietro la corsa allo spazio
L'altra grande differenza è rappresentata dall'astronauta Ed Baldwin (Joel Kinnaman), tra i personaggi principali della serie, ossia colui che asserisce, di fronte a una giornalista, che la NASA sia stata troppo cauta dopo l'incidente dell'Apollo 1, costato la vita a tre astronauti. Secondo Ed, questa prudenza è stata alla base del successo spaziale dell'URSS.
Una degli astronauti è Molly Cobb (Sonya Walger), ispirata al pilota Jerrie Cobb. La sua frustrazione per il sessismo imperante nell’ambiente lavorativo, che aveva condotto alla sua espulsione e quindi al suo provvidenziale reintegro nel programma spaziale, si va a incastrare con le intime ambizioni di Baldwin e la porta a svolgere una missione rischiosa e non autorizzata, che costituisce uno degli snodi di questa prima stagione.
Va detto che For All Mankind impiega qualche puntata a ingranare. I primi episodi trascurano fin troppo tanto le implicazioni politiche della trama quanto la nuova classe di astronauti. Bisogna arrivare alla fine del terzo episodio per poter apprezzare appieno la costruzione drammatica in atto e le ambizioni narrative di questo affascinante what if?, che mostra un immaginario lato della Guerra Fredda cui, pur consci dei reali eventi storici, non fatichiamo a credere.
L’eccezionalità del lavoro svolto dagli astronauti, degna della massima ammirazione, non sminuisce il fatto che la NASA e il suo programma spaziale siano nati fondamentalmente dal desiderio di vincere la Guerra Fredda. Si trattò un'operazione distintamente militare, presidiata da piloti bellici, e non ha mai perso questa sua connotazione col passare degli anni.
Questo aspetto è messo bene in chiaro in ogni singolo episodio di For All Mankind. Siamo di fronte a una serie dolorosamente consapevole di quale sarebbe l'obiettivo per una NASA degli anni '70 con una stazione sulla luna. Ci viene costantemente ricordato, attraverso discorsi sulle armi nucleari e sulla catena di comando.
For All Mankind è anche pienamente consapevole del ruolo delle donne nella società anni ‘60. Vediamo infatti le mogli degli astronauti prendere ispirazione da ogni attrice di fama per imitarne il look; una di loro diventa astronauta ella stessa, mentre l’altra resta relegata al suo ruolo di sposa; entrambe le loro vite vengono esplorate con grande sensibilità dalla serie, che ne sottolinea i diversi ma comunque rilevanti ostacoli emotivi.
Da un lato, analizza la situazione - tanto cara al cinema - di chi si trova a vivere la preoccupazione di avere una persona cara nello spazio; dall’altro, segue l’odissea di chi viene improvvisamente catapultato nelle fila degli astronauti e si ritrova a competere con il proprio marito. Parallelamente, osserviamo un'America costretta a fare un corso intensivo di femminismo con qualche anno d’anticipo rispetto alla realtà.
Il nuovo mondo delineato da For All Mankind è affascinante: il finale di stagione chiarisce come il cuore della serie sia proprio la volontà di costruire il nuovo sulla base del passato e scoprire chi si è veramente aprendosi al mondo. Sebbene si tratti di un obiettivo ancora difficile per alcuni personaggi, il rinnovo dello show per una seconda stagione fornisce a questi eroi del cosmo il tempo necessario per trovare la propria strada. Da parte nostra, non vediamo l’ora di vederli spiccare nuovamente il volo (reale o metaforico che sia) verso l’ignoto.
