House of Cards (sesta stagione): la recensione
Le nostre impressioni sulla sesta e ultima stagione di House of Cards
Dal 2017 sono Web Content Specialist l'area TV del network BAD. Qui sotto trovi i miei contatti social e tutti i miei contenuti per il sito: articoli, recensioni e speciali.
Francis Underwood è morto (non è uno spoiler, è proprio la premessa della stagione). Claire, che già aveva assunto la presidenza nel finale della quinta stagione, diventa l'unica voce nel dialogo costante con gli spettatori. La attendono prove molto dure in vista delle elezioni di medio termine. Su tutte l'ingerenza, per non dire il tentativo di sabotaggio, da parte di Bill e Annette Shepard, fratello e sorella, eredi di un conglomerato aziendale molto influente. Ma questa è la stagione che muove tutti i pezzi sulla scacchiera verso la loro ultima, tragica destinazione: il fedele Doug Stamper, l'irriducibile giornalista Tom Hammerschmidt, e poi ancora Catherine Durant, Thomas Yates e gli altri.
Sta di fatto che House of Cards arriva davvero alla conclusione. Lo fa attraverso strade contorte che mescolano realtà e finzione, problemi sul set e ricadute metanarrative, l'innegabile zeitgeist che dallo scorso anno soffia su Hollywood e sulla società civile, anche come risposta ideale alla presidenza (quella vera!). Che tutto questo confluisca in questi otto episodi che soffrono le costrizioni della scrittura, gli scivoloni temporali, la troppa carne al fuoco, le digressioni inutili, è a modo suo molto affascinante. Fin da subito ci viene detto che Francis è morto. Claire vuole andare avanti, lasciar andare il dolore, non necessariamente il dolore della perdita, ma quella sofferenza che deriva dall'irrisolvibilità dei conflitti, una volta scomparsa la fonte di questi.
E c'è un evidente paragone tra Francis Underwood e Kevin Spacey, che la stagione corteggia dall'inizio alla fine. Tutto è costruito per funzionare su un doppio livello, sia come valore narrativo che metanarrativo. Claire Underwood, come Robin Wright, deve ergersi in un mondo di maschi bianchi che non credono che possa prendere il posto del marito; deve dimostrare doppiamente il proprio valore, in quanto donna; eppure al tempo stesso non può emanciparsi dalla propria condizione di donna, e su questa deve puntare per trovare un senso alla propria presidenza. Tanto Robin Wright quanto Claire Underwood vincono la sfida: in una stagione con molti problemi, la protagonista è un faro che illumina ogni puntata.
Così finisce House of Cards. Una parabola in discesa, ma i segni lasciati da questa serie sono intorno a noi. Oggi è scontato che interpreti di primissimo livello possano essere protagonisti di una serie tv, nel 2013 non lo era. Oggi è consuetudine (positiva o negativa, secondo il gusto di ognuno) per vari distributori rilasciare intere stagioni in una soluzione unica, e House of Cards era lì quando tutto è iniziato.