I delitti del BarLume (prima stagione): la recensione
Intrattiene bene la trasposizione in due puntate dei romanzi di Marco Malvaldi, ma al tempo stesso difetta in scrittura e caratterizzazioni
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Tutto ruota intorno alle disquisizioni di quattro anziani avventori del Bar Lume di nome Ampelio (Carlo Monni, recentemente scomparso), Aldo (Massimo Paganelli), Pilade (Atos Davini) e Gino (Marcello Marziali), che tra un partita a carte e l'altra si "impicciano" di fatti non loro, sfruttando la loro grande conoscenza dei fatti accaduti nel passato nella zona e cavalcando un certo malcelato gusto per il pettegolezzo. A farne le spese, e spesso a sfruttare le intuizioni dei quattro anziani fino a giungere alla soluzione del caso, è il gestore del bar, Massimo (Filippo Timi), segretamente, ma nemmeno troppo, invaghito della bellissima barista Tiziana (Enrica Guidi)
Il nucleo centrale della storia, fondamentalmente identico nei due episodi, intrattiene bene e trova in Filippo Timi un buon interprete. Evidentemente il contrasto tra il timbro vocale grave dell'attore e l'impostazione seriosa del suo personaggio e le sue azioni, che spesso lo vedono coinvolto in momenti surreali o comici, non è voluto, ma l'effetto che ne deriva funziona e certamente ne fa il personaggio più interessante, sicuramente l'unico al quale si riesce a dare un certo spessore oltre le caratteristiche fondamentali che invece dominano nelle caratterizzazioni dei quattro vecchietti – praticamente indistinguibili l'uno dall'altro – o del serissimo Commissario Fusco (Lucia Mancino).
I Delitti del BarLume rinuncia quindi ad una certo approfondimento dei suoi caratteri, che forse avrebbero necessitato di più episodi per diventare davvero familiari, e non riesce a far risaltare quanto vorrebbe la dimensione toscana al di fuori dei bei paesaggi, valorizzati dalla regia di Eugenio Cappuccio. Una visione leggera, come nelle probabili intenzioni originali, ma anche incolore e poco incisiva.