Il sabba, la recensione
Il processo alle streghe è ne Il sabba l'efficace e potente messa in scena di un delirio maschile dettato dalla paura che, grazie all’intelligenza femminile, diventa uno spazio di pura ri-definizione di personaggi femminili
La paurosa vitalità femminile, tacciata di stregoneria, è la protagonista inquietante e attraente de Il sabba di Pablo Agüero. Partendo dalla storia dell’inquisizione basca del XVII secolo, con grande intelligenza e senza rinunciare alla fedeltà della ricostruzione, Il sabba mette da parte la solita narrazione dell’ossessione maschile per il demoniaco nella donna per concentrarsi, con grande finezza, sulla riappropriazione tutta femminile - e dialogica - delle accuse, a partire dalle quali le protagoniste scopriranno la loro forza più grande: quella dell’autodeterminazione.
Muovendosi tra gli spazi angusti e semibui della cella e della stanza dell’interrogatorio, Agüero sceglie la via del totale realismo e del naturalismo fotografico, fatto di fioche luci di candele e chiarori di luna; la vicinanza registica agli sguardi e ai gesti degli attori, rivelatori insieme di speranze e nervosismi, fa dispiegare con forza la potenza di una storia basata tutta su dialoghi e impercettibili tensioni. La scelta di Agüero si rivela vincente e giusta per il suo obiettivo: concentrandosi infatti sulle parole e su un continuo pensare e ripensare dei personaggi su quello che viene detto (e sul come devono dirlo) Il sabba riesce a tirare fuori la contraddizione terminologica e poi moralista che gli uomini provano trovandosi di fronte alle giovani donne. L’inquisitore Rotegui vuole sapere ogni dettaglio, fa trascrivere tutto, lo fa re-inscenare, senza accorgersi però dell’inganno che viene imbastito per raggirarlo e che lo rende ridicolo. Dando infatti ragione agli inquisitori per salvarsi la vita, Ana e le altre fanno diventare l’interrogatorio un gioco, e ammettendo fatti totalmente inventati spingono Rotegui verso un’ossessione che è, stavolta, totalmente reale.
Il processo alle streghe, fuor di metafora, è in Il sabba la messa in scena di un delirio maschile dettato dalla paura che, grazie all’intelligenza femminile, diventa uno spazio di pura ri-definizione, di appropriazione della propria storia. Completamente lontano dalle suggestioni horror e soprannaturali di The Witch di Robert Eggers, Il sabba si vota completamente al possibile, lasciandosi però andare a un unico dubbio finale, insoluto e probabilmente metafisico, che è forse l’unica cosa che rovina la credibilità fino a prima costruita - un passaggio di toni che sembra più rivelare una paura di prendere posizione che una scelta autoriale coerente.
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