Il treno dei bambini, la recensione: un'avventura nazional-popolare tra ricordi e speranza
Cristina Comencini, con Il treno dei bambini, ci guida in un viaggio tra la Napoli del Dopoguerra e la Modena industriale
Come può essere possibile che un uomo riceva da sua madre la notizia che la mamma è morta? Accade a un noto musicista pronto a esibirsi in un anno imprecisato del Dopoguerra (potrebbero essere gli anni '90).
Il film della Comencini è una bella avventura nazional-popolare tratta dall'omonimo libro di Viola Ardone. Attraverso le peripezie di un bambino alle prese con un nuovo contesto sociale Comencini racconta due tipologie di donne e società: la madre naturale fatalista e rassegnata al peggio in quel di Napoli e quella idealista, ma schiacciata anche lei in chiave più subdola dal maschio, dentro una Modena dove le signore si stanno sindacalizzando e qualcuna di loro può anche vivere da single senza essere considerata svergognata o snaturata. Anzi la regista è perentoria nel condannare il Sud per un Nord più sensibile, pronto all'ascolto e capace di rimettersi in gioco nei rapporti uomo-donna. Questa presa di posizione così netta un po' stupisce dentro un cinema italiano di solito attento a non scadere nel campanilismo.
Film estremamente interessante che, ricordando i Treni della felicità, recupera in questa Festa di Roma, per la seconda volta dopo Berlinguer – La grande ambizione, un'immagine storicamente positiva ricoperta dal Partito Comunista Italiano. Cast di bimbi super a partire da Christian Cervone nei panni di Amerigo. Brave anche le mamme Serena Rossi (Napoli) e Barbara Ronchi (Modena).