In viaggio, la recensione
Documentario commissionato dal Vaticano, che usa in linea di massima immagini del Vaticano e nel quale Rosi non si dibatte nemmeno troppo
La recensione di In viaggio di Gianfranco Rosi, il documentario presentato al Festival di Venezia
Lungo In viaggio vediamo alternarsi immagini tipiche da capi di stato (i bagni di folla e le parate o i caccia militari che scortano il suo aereo) ai discorsi e quindi alla spiritualità. Almeno in teoria. Perché tutti i passaggi scelti sono poco spirituali e molto più umanisti che religiosi. Uno di questi addirittura dice “Lasciamo che i teologi si occupino delle cose astratte”. Povertà, guerra, migrazioni, natura… I temi sono quelli che è lecito aspettarsi, gli esiti dei discorsi pure. Nulla che non sia già noto. Non è un film di scoperta questo, semmai uno in cui Rosi cerca di applicare il principio herzoghiano della verità estatica (il fatto, in parole povere, che la realtà sia insufficiente per trovare la verità nelle immagini e abbia bisogno di essere contaminata dal falso per fare quel salto di significato).
Alcune immagini sono modificate (il sonoro ad esempio non sempre è quello originale, alle volte è semplicemente levato), alcuni affiancamenti di montaggio sono molto forzati, come quando nel viaggio in Turchia vediamo prima la risposta di Erdogan sull’uso che il papa aveva fatto della parola “genocidio” (un momento politicamente importante) e poi il silenzio tra i due durante il loro incontro. I due hanno parlato in realtà, non sono stati in silenzio se non in attesa di iniziare, ma affiancati così i due momenti suggeriscono una frizione che non c’era nei fatti ma sicuramente c’era nella realtà politica.
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