Kobe - Una storia italiana, la recensione
Tutto incentrato sulla celebrazione del suo campione recentemente scomparso, Kobe - Una storia italiana nella sostanza non racconta nulla
La nostra recensione di Kobe - Una storia italiana, dal 15 settembre su Amazon Prime Video
Diretto da Jesus Garcés Lambert (Caravaggio - L'anima e il sangue), Kobe - Una storia italiana si focalizza sul periodo, tra i 6 e i 13 anni, trascorso nel nostro Paese dal giovane Bryant, quando con la sua famiglia accompagna il padre Joe, anch'esso cestista, tra varie squadre, passando a Rieti, Reggio Calabria, Pistoia a Reggio Emilia, muovendo i primi passi nel mondo del basket. Il documentario dà voce ai suoi cari amici, ai primi allenatori e giornalisti, alternando filmati d'archivio, ricordi dello stesso Bryant a scene con attori che ricostruiscono piccoli momenti che la camera non poteva registrare, come i pomeriggi passati dal piccolo protagonista con una sua amica.
L'obiettivo del film sarebbe dunque quello di evidenziare l'importanza, a livello umano e professionale, dell'esperienza in Italia per la crescita e la carriera di Bryant, raccontandone un lato più privato. Ma, nei vari interventi, il ritratto che emerge è solo quello di un ragazzino che fin da piccolo sembrava destinato a diventare un campione, determinato sempre a fare e a essere il meglio, un elenco di tutti quei inequivocabili "segnali" del suo glorioso futuro. Così, il lato umano suo e di chi gli è stato vicino viene presto sacrificato a favore di un'ode unanime che lo innalza a mito e a divinità. Il protagonista viene evidenziato sempre come ossessionato dalla vittoria e dalla perfezione, ne vengono messe in luce tutte le maniacalità che lo rendono speciale, ma una potenziale storia sui lati oscuri di questo, su una possibile ritratto di Bryant anche come figura sfaccettata e complessa, viene meno a favore dai toni da santino che dominano il film. È in particolare l'approccio poi con cui viene messo in scena questo quadro a non funzionare, tra momenti facilmente strappalacrime (la lettura della lettera d'addio di Bryant), ralenti esasperati e la totale inutilità delle scene ricostruite.