La Piedad, la recensione
Ritratto di un malsano rapporto madre-figlio, La Pietad gira per tutto il tempo intorno a un unico concetto, senza originalità
La nostra recensione di La Piedad, presentato al Torino Film Festival
Protagonisti delle vicende sono una madre, dal nome Libertad, e un figlio adolescente, Mateo. Vivono soli in una grande casa, il padre è lontano, non hanno nulla da fare se non lezioni di danza a cui la donna prende parte mentre il figlio si limita ad assistere. Nello stretto rapporto tra i due, nel modo in cui lei domina lui (chiaro ora l'ossimoro col suo nome?) è chiaro che c'è qualcosa di malsano. La situazione degenera quando a lui viene diagnosticato un cancro: lei non ci crede e comincia a sostenere che sia lei quella che sta male. Chi arriva per aiutarli, una psicologa e la nuova fidanzata del marito, viene schiacciato.
Mettendo dunque al centro un tema, quella della maternità, oggi tema diffusissimo nel genere horror (Hereditary e Run, tanto per citarne due) La Piedad non offre dunque nessuna prospettiva originale. Nè si preoccupa di esplicitare i suoi riferimenti, dal titolo che rimanda all'omonimo film di Kim Ki-duk, così come in una scena sul finale chiaro omaggio a Gozu di Takashi Miike. Si propone solamente di creare un'estetica patinata che vorrebbe scioccare con alcune scene forti, ma non ci riesce, perché queste non sono a sufficienza supportate dall'intreccio. La questione è anche di prospettiva: tutto porta verso un finale scontato e le posizioni rimangono immutate per tutto il film. Se in Pelle l'obiettivo era stravolgere le attese, mostrando persone "diverse" in una celebrazione sincera della loro condizione, senza alcuna concessione alla "normalità", qui una volta esplicitato l'assunto della "madre cattiva e figlio vittima" non se ne esce mai. Così, un'atmosfera da incubo viene minata da una concezione troppo razionale, troppo quadrata nei suoi orizzonti.