Le leggi della frontiera, la recensione
Le leggi della frontiera trova il suo motivo d’interesse nel far leva sull’impietosa disamina del disagio di una nazione e di una generazione
Il romanzo omonimo scritto da Javier Cercas, apprezzato giornalista per El País, è formato da interviste dirette ai personaggi realizzate da un reporter intenzionato a scrivere una biografia di Zarco, il più famoso giovane delinquente catalano. Allo stesso modo, l’adattamento diretto da Daniel Monzón (Cella 211) fa prevalere lo spaccato sociale/generazionale, prendendosi tempo per approfondire caratteri e ambienti, rispetto all’intreccio da Heist movie, che prende il sopravvento solo nell’ultima parte.
Lo sguardo del regista sta vicino ai suoi personaggi ritraendoli senza moralismo né pregiudizi, ma con occhio quasi chirurgico in quei momenti di sfogo, breve parentesi dalla loro condizione da cui è impossibile scappare. Quanto invece il giudizio è netto nei confronti dei poliziotti che si mettono sulle loro tracce, che non lesinano a ricorrere alla violenza. E così, proprio quando le due forze in gioco si contrappongono, è evidente a chi lo spettatore deve rivolgere la propria apprensione. Insomma, Monzón sa decisamente da che parte stare, giocando nuovamente contro le aspettative.
Le leggi della frontiera trova dunque il suo motivo d’interesse nel fare leva sull’impietosa disamina del disagio di una nazione e di una generazione. Peccato come nell'epilogo il soffermarsi sulle dinamiche sentimentali tra il protagonista e la sua bella e un’agnizione che sa di telenovela annacquino un po’ il risultato finale, come un ritorno su binari melensi. Ma poi l'immagine conclusiva è particolarmente evocativa e ci costringe a ripensare a tutto quello che abbiamo visto in precedenza, ribadendo il tono d'amarezza dominante. Notevole e inaspettato, per un film pubblicizzato come il racconto "di un'estate di furti, rapine, amore e altre avventure".