L'Era di Conan vol. 1: Bêlit, la recensione
Nella miniserie di Bêlit firmata da Tini Howard e Kate Niemczyk non emerge affatto la portata della creatura di Robert E. Howard
Fumettallaro dalla nascita, ha perso i capelli ma non la voglia di leggere storie che lo emozionino.

Da quando Conan il Barbaro ha fatto ritorno alla Marvel, diversi sono stati i progetti che hanno interessato l’universo narrativo creato da Robert E. Howard. Tra questi c'è anche L’Era di Conan: Bêlit, miniserie in cinque parti scritta da Tini Howard (Thanos) per i disegni di Kate Niemczyk (Mockingbird) e le copertine di Sana Takeda (Monstress).
Nonostante i tentativi del temibile ammiraglio di tenerla lontana dal proprio mondo, Bêlit sente forte il richiamo del mare ed è pronta a rivivere quelle avventure che hanno reso suo padre un uomo rispettato da tutti. Purtroppo, una serie di drammatici eventi la costringono ad accelerare il suo processo di crescita: rimasta orfana, si ritroverà sola ad affrontare un’esperienza che la trasformerà definitivamente nel personaggio che tutti conosciamo.
La Howard compone la più classica delle storie di origini ricalcando lo schema di moltissime altre: l’infanzia segnata dalla perdita della madre e un carattere ribelle che porta la protagonista a scontrarsi con un padre deciso a regalarle un futuro stabile e lontano dai pericoli. Nonostante ciò, il racconto risulta a suo modo dinamico, con battaglie piratesche e scenari esotici che rendono la lettura piacevole, seppur fin troppo leggera.
"Un fumetto non all'altezza delle altre recenti produzioni Marvel dedicate al Cimmero e in cui non emerge affatto la portata del lavoro di Robert E. Howard."Pur presentandosi decisa e risoluta, la piratessa al centro di questo volume non risulta granché carismatica, e la sua storia scivola via senza lasciare traccia. Nei primi capitoli non rileviamo alcun approfondimento psicologico, e solo verso la fine riconosciamo quelle che potrebbero essere le motivazioni che hanno portato Bêlit a intraprendere il suo viaggio.
Poco centrata anche la prova della Niemczyk: lo stile dell’artista polacca è sì adatto per portare su carta la dinamicità degli scontri e a conferire un tono più giovanile all’insieme, ma di contro latita la capacità di trasmettere l’ardore, la drammaticità e la sensualità della ragazza, componenti centrali per la riuscita di una storia come questa. Decisamente più ammalianti le copertine firmate dalla Takeda, sublime nel regalarci delle illustrazioni che catturino lo spirito dell'originale Bêlit.
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